domenica 7 dicembre 2008

Treviso: preti di frontiera visti da un massone

L'intervista a don Claudio Miglioranza inserita nel volume "Memoria di realtà intraviste", mi ha offerto lo spunto per rivolgere due domande ad un noto professionista trevigiano, iscritto alla loggia "Primavera" di Treviso.

Nella diocesi di Treviso ci sono presbiteri impegnati in situazioni di frontiera, con un passato da preti-operai, che fanno fatica a confrontarsi con una Chiesa piramidale, con la gerarchia ecclesiastica...

Gli uomini tutti d’un pezzo, quelli puri, non inclini alla mediazione, hanno sempre esercitato grande fascino ed attrazione su tanta gente, me compreso. Non vi è dubbio che costoro hanno delle credenziali enormi: la capacità di mettersi in gioco ed in discussione, il coraggio e la forza di assumere decisioni forti e coerenti con l’insegnamento del Vangelo. Il ruolo che questi uomini, da sempre, hanno esercitato nella Chiesa, è stato fondamentale. Accade, in qualsiasi contesto, che chi governa tende a distaccarsi dalla realtà e questi uomini, nella loro solitudine e con le loro testimonianze hanno la capacità di risvegliare le coscienze sopite. Dobbiamo però tenere realisticamente in considerazione che un’insieme di persone, che costituiscono le istituzioni civili, la Chiesa cattolica ecc., hanno la capacità di operare, di incidere e di durare nel tempo, se sanno darsi un’organizzazione, anche di stampo burocratico. Un club, un’azienda, un sindacato, un partito politico, qualsiasi altra forma associativa sono inevitabilmente entità dotate di una struttura piramidale e di un’organizzazione. La capacità della Chiesa di perpetuarsi nei millenni è emblematica ed è stata resa possibile tanto dall’impegno profuso da chi, anche con il sacrificio della propria vita, ha testimoniato con coerenza la Parola di Gesù Cristo, quanto dalla struttura organizzativa della stessa, spesso percepita come un peso, ma in effetti essenziale alla sua sopravvivenza. Le mie conclusioni sono le seguenti: perché un’entità secolare come la Chiesa cattolica continui ad esistere, al fine di perseguire il proprio scopo, ha bisogno sia di uomini di punta, capaci di smuovere le coscienze di tutti, sia di un impianto organizzativo. Solo un rapporto di osmosi, di scambio tra queste due realtà, apparentemente dicotomiche, può determinare il giusto rapporto armonico.

Alla luce della sua esperienza in Massoneria, come considera il fatto che un prete, come don Claudio Miglioranza, viva in un vecchio casolare della campagna di Castelfranco Veneto, insieme a sette musulmani super osservanti, dove la convivenza si basa solo sul condividere le spese e sul vivere insieme?

Premetto che l’agire del massone si ispira al trinomio Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. Ad esempio, la pace di “Camp David” tra egiziani ed israeliani fu resa possibile e realizzata da tre fratelli liberi muratori: Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti, Anwar El Sadat, presidente dell’Egitto e Menachem Begin, presidente dello Stato d’Israele, i quali erano animati da questi princìpi. Sadat pagò poi con la vita questa sua scelta. Ciò premesso, che un prete cattolico condivida fraternamente momenti di vita con dei musulmani praticanti, costituisce per me un inno alla fratellanza a riprova che, senza rinnegare ciò che si è e si rappresenta, il dialogo e la convivenza sono possibili anche tra persone diverse sul piano etnico, culturale e religioso.
[Tratto dal volume "Quale primavera per i figli della Vedova? Treviso vista e vissuta dai massoni di una loggia del Grande Oriente d'Italia", Ogm editore, dicembre 2008, pp. 36-38].

martedì 26 agosto 2008

Il dialogo silenzioso


Ai lettori del blog propongo la testimonianza di don Claudio Miglioranza inserita nel volume "Memoria di realtà intraviste", a cura di Olivo Bolzon e Marisa Restello, Ogm editore 2008, pp. 120, euro 10,00. Anche questo volume è inserito nella collana "Questioni di identità" ed è distribuito dalla Tredieci di Ponzano Veneto (tel. 0422 440031 - fax 0422 963835).

IL DIALOGO SILENZIOSO

a colloquio con DON CLAUDIO MIGLIORANZA

di Giulia Cananzi (1)




[don Claudio Miglioranza a San Vito d'Altivole, 26 agosto 2008]


Dentro ma fuori. Con la parrocchia ma oltre la parrocchia; con la Chiesa ma ai suoi margini; con Dio ma attraverso gli uomini; tra la gente ma con gli ultimi; nella città ma alle periferie. Una vita non si può scandire in poche battute, eppure chi conosce don Claudio Miglioranza sa che questi sono i suoi orizzonti. È quasi naturale, quindi, aspettarsi di trovare la sua casa nel territorio di Castelfranco Veneto ma ai suoi confini, dispersa tra gli ultimi fazzoletti intatti della campagna veneta. «Ancora per poco – sottolinea Claudio, indicando con il dito una linea invisibile oltre il parabrezza dell’auto, lungo l’orizzonte di terra rossa – là costruiranno una tangenziale». Un appunto senza altro commento, che nasconde un po’ di nostalgia. Anche se lui non lo ammetterebbe mai. Non ama esporre i sentimenti, né parlare di sé quest’uomo dai capelli bianchi e dalla barba lunga, un po’ Beethoven, un po’ Isaia, un po’ orso e un po’ nonno, curioso, dolente, vitale. La vecchia casa si staglia nuda tra i quadrati degli appezzamenti. L’inverno ha piallato ogni coltura e la terra umida riposa. Poi, la strada asfaltata finisce, continua un viottolo ben assestato, l’ultimo tratto è il festival della buca: «La nostra strada non è sotto la cura del Comune – si scusa – e noi come manutentori non siamo un granché». L’altra sua cifra è l’ironia, la capacità di demistificare e di ridere persino di sé e delle proprie scelte. Tira il freno, siamo arrivati. Nello scendere i piedi lasciano orme nella fanghiglia compatta, interrotta da ciuffi d’erba verdastra. A sinistra il pollaio, di fronte la casa che al pianterreno custodisce un piccolo laboratorio di rilegatoria. «È il mio regno. Rilego e riparo libri. Sono l’ultimo prete che ancora lavora». Lo dice con un pizzico di orgoglio misto a nostalgia. Come fosse un patriarca al tramonto o l’ultimo dei mohicani. Se ne accorge e sorride. Sull’uscio una campanella come quelle che scandiscono i tempi nei monasteri e un crocifisso in ferro battuto, con le membra che affiorano tra gli sbalzi della materia. Campanella e crocifisso, cioè la comunità e la fede incarnata: i simboli non sono mai per caso. Nel piccolo soggiorno c’è una strana quiete: tre senegalesi salutano garbatamente e tornano a inabissarsi nel silenzio. Nel tinello un altro, a testa bassa, sgrana veloce
un lungo rosario bianco, mentre il più loquace di tutti, Cheihk – si concederà un paio di brevi battute – sta cucinando per la ciurma. «Noi parliamo parliamo, loro zitti. Stanno insieme da anni eppure non sanno molte cose gli uni degli altri. Da loro ho imparato che non si comunica solo con le parole. Peccato cucinino così male. Hanno tutti mal di stomaco ma continuano a fare salse allucinanti». Lo fa per provocare, Cheihk sorride e continua flemmatico a bruciare le piume residue di una coscia di pollo sulla fiamma. «Vedi, non parlano. Tanto che sono arrivato a chieder loro se sono io che li ospito o se sono loro ad ospitare me». Cheihk esce dal silenzio e azzarda la battuta con il suo italiano un po’ nasale: «Lo sai. Siamo noi che ospitiamo te». Claudio ha scelto di vivere con sette senegalesi, lo fa da vent’anni. «Appartengono a una confraternita di musulmani molto osservanti, i Mourid, un altro mondo per me tutto da scoprire». Dal punto di vista antropologico è molto interessante ma la domanda di fondo resta: che ci fa un prete cattolico con sette musulmani superosservanti e silenziosissimi, in una casa di campagna isolata con un crocifisso di ferro sulla porta? Ci accomodiamo nella piccola rilegatoria per l’intervista. Claudio ha fatto un po’ di spazio sul grande tavolo da lavoro colmo di carte e di articoli di giornale. L’ordine non dev’essere il suo forte. Dietro di noi crepita la vecchia stufa, intorno odore di fumo e di ricordi.


[don Claudio con don Silvio Favrin a San Vito d'Altivole, 26 agosto 2008]

«Credo che la mia storia sia il paradigma di un’epoca. Ero in Seminario quando mi sono trovato a respirare l’aria del Concilio Vaticano II, la sua apertura al mondo ma anche le sue contraddizioni. A volte ero diviso tra l’obbedienza agli stimoli della Chiesa, audace in certi documenti, e la sua prudenza nell’applicazione. Ero entrato in Seminario nel 1954, sulla scia di altri compaesani. Se mi giro indietro mi faccio tenerezza da solo. Ero un tipo imbranato, senza infamia e senza lode. Non ho mai coltivato virtù eroiche ma neanche eccessiva trasgressività. Credo che la mediocrità mi abbia salvato dalla rigida disciplina del Seminario, dove si dava il voto anche sulla “diligenza” e sul “passeggio”. Al liceo non mi si chiarificava la vocazione. Mi spremevo nevroticamente il cervello e l’anima davanti al Santissimo: “Signore cosa vuoi da me?”. Ma niente. La risposta non mi è venuta da dentro, come io mi aspettavo, ma da fuori. Non è venuta per me ma per il mondo. È stata la mia rivoluzione copernicana. Uno shock, un’illuminazione. La Chiesa non era più solo Treviso ma era quella universale. Il grande Concilio mi ha investito come un fiume in piena. Non era più possibile amare Dio senza amare l’uomo».

Ma se eri uno senza virtù eroiche, cosa ti è successo?
«Me lo domando anch’io. Tanto che non capisco la fuga nel puro spiritualismo e la mancanza di passione di molti giovani preti che per fortuna loro hanno scampato il voto sul passeggio. Di sicuro da lì è cominciato il mio travaglio. Lungo ma entusiasmante, doloroso, a volte, ma sempre accompagnato dalla gioia del donarsi». All’epoca l’episcopato italiano apriva l’esperienza dei Fidei Donum e il Seminario teologico per l’America Latina di Verona a cui Claudio ha chiesto di iscriversi, ormai senza più alcun dubbio sulla sua vocazione. Poi, nel ‘70 la partenza per l’Argentina. Era il primo reale incontro con il vasto mondo e con la povertà.

Come è andata?
«L’Argentina mi ha sconvolto la vita. Non era solo la povertà che ti provocava, era l’ingiustizia fatta sistema. Ho vissuto tutta la dittatura militare, fino a Videla. Ero andato a vivere in una villa miseria, una baraccopoli, dal nome ameno “Jardin”, cioè giardino. Non c’era solo povertà, c’era paura, incertezza, tensione. La guerriglia bruciava sotto la cenere, mentre le autorità vivevano con lo spettro del comunismo». Un’esperienza popolare fortissima che si era fusa con un’esperienza ecclesiale provocatoria, quella dei preti del Terzo mondo, all’indomani della Conferenza episcopale di Medellin (1968), nella quale la Chiesa aveva preso posizione a favore dei diseredati e delle loro lotte. «I preti del Terzo mondo lavoravano nelle villas miserias – continua Claudio –, alcuni sono scomparsi durante la dittatura: da loro ho imparato la passione e la fedeltà al popolo. Anche se oggi sorrido un po’ di questo concetto: che significa popolo? Lì però ho vissuto il loro travaglio interiore, le loro difficoltà con le gerarchie, il loro tentativo di costruire dal basso le fondamenta della Chiesa».

E tu che cosa hai scelto per te?
«Dopo averci pensato su e frenato l’impulso tipico del missionario di fare la parte di quello che risolve, ho deciso due cose: non avrei fatto proprio nulla, sarei rimasto a guardare per capire, mi sarei inserito pian piano nelle loro vite e insieme avremmo costruito la Chiesa, che è fatta prima di uomini e donne e poi di mura. Così ho iniziato a frequentare la commissione di quartiere, l’associazione dei genitori della scuola elementare, le riunioni organizzate da un ambulatorio. La seconda cosa che ho deciso è che avrei lavorato, esattamente come i miei parrocchiani. Volevo mantenermi finché la gente stessa non sentisse l’esigenza di sostenere il mio servizio. Sognavo
una Chiesa che si fissava dal basso. Così, ho preso carta e penna e ho scritto ai miei amici in Italia: “Non biasimatemi ma penso di rinunciare al vostro aiuto economico”. Lì però è finito l’aiuto e anche la corrispondenza».

Ma chi te l’ha fatto fare?
«La mia scelta m’impegnava a vivere la normalità, ho cercato di rifiutare tutto ciò che poteva agevolarmi, che poteva mettere una distanza, quasi una forma di potere tra me e loro. Oggi anche questo mi suona presuntuoso perché scegliere la povertà non è mai come esserci nato.
Ricordo un episodio: lavoravo con pico y pala (con pala e piccone), come dicono là, per fare uno scolo, a un certo punto, l’altro operaio, un ragazzo argentino, mi ha detto: “è comodo fare il curita trabajador (il pretino lavoratore) quando puoi farne a meno”. È stato tremendo. Però, d’altra parte, mettersi a mangiare insieme a mezzogiorno sui rovinassi è una delle più grandi soddisfazioni della vita».

La Chiesa locale ti appoggiava?
«Diciamo che con il Vescovo avevo qualche divergenza di vedute. Ero pur sempre un prete che non sembrava un prete, che non aveva chiesa né aspirava a costruirne una di mattoni e che per giunta lavorava. E allora ho deciso di non avere un lavoro ufficiale e anche questa è stata una grazia. Perché ho cominciato a vivere davvero come gli abitanti del quartiere: lavoravo saltuariamente, facevo l’idraulico o installavo scarichi fognari con un amico paraguaiano, perseguitato per ragioni politiche».

E la gente?
«Con il tempo mi hanno percepito come uno di loro. Anzi, nei momenti più bui, io mi sentivo al sicuro solo all’interno della villa miseria, dove altri non si sarebbero neppure sognati di mettere piede. Un passaporto che mi ero guadagnato sul campo».

[Marisa Restello, curatrice - con don Olivo Bolzon - del volume "Memoria di realtà intraviste"]

Perché te ne sei andato?
«Il Vescovo mi aveva messo insieme a un prete del Terzo mondo, Pablo, uno spagnolo. Avevo legato con lui. Quando il Vescovo decise di trasferirlo, andai a chiedergli ragioni. Neppure io ero tanto secondo i canoni. Ed è avvenuta una scenetta quasi comica: io mi autoaccusavo e lui mi difendeva. Ho deciso io di partire, ma ci ho tenuto a farlo in accordo con il Vescovo».

Dentro la Chiesa ma fuori. Uno che parla con te ha questa sensazione.
«La fedeltà agli emarginati ti trascina fuori dai canoni normali. Credo che la Chiesa, come qualsiasi istituzione umana, abbia per forza di cose le sue contraddizioni. Però sono sicuro di esserle fedele e di obbedire alle sue istanze».

Che cosa rimpiangi di quell’esperienza in Argentina?
«Di non aver potuto vedere i frutti di quel lavoro con la gente».

Che cosa ti è restato nella bisaccia?
«La villa miseria mi ha liberato, mi ha dato la consapevolezza che la vita può essere vissuta un giorno alla volta e che in realtà ci vuole pochissimo per viverla pienamente».

Nel 1976 sei tornato in Italia: che cosa hai trovato?
«Era un periodo della nostra storia molto effervescente. A Castelfranco Veneto c’era un gruppo di preti che si incontrava ogni settimana per portare avanti un lavoro in comune. Un’esperienza molto forte. Io però all’inizio ero tornato con la mia supponenza di missionario pensando di ripartire per il Brasile: avevo già un accordo con una comunità di piccoli fratelli. Non ambivo a un posto di parroco, volevo una vita di comunione con la gente. Poi però mi sono reso conto che quella esperienza di preti veneti era unica: c’era una grande condivisione, le decisioni erano maturate insieme, non si andava mai dal Vescovo da soli. Pian piano mi sono accorto che avrei potuto svolgere la mia missione anche qui. E così sono ritornato a vivere con i miei, sensazione stranissima dopo quasi sette anni di villa miseria. E mi sono messo a far l’idraulico con mio fratello».


I tuoi familiari comprendevano le tue ragioni?
«Non l’ho mai capito veramente». Il ricordo si vela di tenerezza e Claudio inizia a schermirsi. «Te lo racconto ma non scriverlo, non è importante. Un giorno mio padre mi ha detto: “con tutto quello che hai da fare, che cosa occorre che lavori?”. Io gli ho risposto: “Papà, mi ricordo che quando la mamma diceva: ‘sti poveri preti quanto lavorano’ tu rispondevi: ‘che i vegna ai forni, ae presse a vedere che cosa significa lavorare”. Allora mi ha risposto: “capisso e appresso, però mi no lo faria”. Non mi ha detto mai più nulla. Ma per me quel “capisso e appresso” ha un significato enorme. Mio padre lavorava in fabbrica, io ero l’intellettuale di famiglia. In casa ero vestito a festa. Lo confesso: mi sentivo un peso. Sono grato ai miei per non avermi mai fatto pesare la differenza».

Volevi dunque una vita di comunità, fuori dalla parrocchia ma in collegamento con la parrocchia: come l’hai realizzata?
«Ne ho parlato molto con gli altri preti: mi sentivo appoggiato e convalidato dal gruppo. Finché un giorno l’anziano parroco di Loreggia, don Antonio Serafin, mi disse: “sei convinto? E allora parti!”. E sono venuto in questa casa in affitto, era il 1978. Guardandomi indietro non so se avrei il coraggio di rifarlo. A questo punto mi si riproponeva lo stesso problema che avevo avuto in Argentina: che cosa faccio adesso? In che misura noi preti possiamo condividere la vita della gente? Fra l’altro anche qui ero una figura anomala: ero un prete senza parrocchia che però celebrava la messa in parrocchia, che lavorava e aveva un debole per persone poco raccomandabili».

E hai aperto le porte di questa casa ai tossici. Perché?
«Perché la tossicodipendenza era il problema di quei tempi, un fenomeno del tutto nuovo. I primi drogati erano gente impegnata che proveniva da gruppi parrocchiali ma anche da lotta continua o da associazioni. La droga era vista come una forma alternativa di socializzazione, un percorso di ricerca. In fondo anche la mia comunità era un’esperienza alternativa».

La Chiesa locale come ha accolto questa tua scelta?
«L’ha accolta bene fin dai primi momenti anche se non in forma ufficiale. Il Vescovo di allora, Antonio Mistrorigo, a poche settimane dall’inizio della mia comunità, ha approfittato di una riunione di preti della zona per rivolgermi domande sul problema della tossicodipendenza e per chiedermi come mi trovavo. Questo è stato il suo avvallo».

Che cosa cercavi in questa esperienza?
«Volevo capire: credevo che l’emarginazione dei drogati fosse un’emarginazione da ricchi e quella della gente delle villas miserias un’emarginazione da poveri; in realtà l’emarginazione è sempre dei poveri cristi in ogni latitudine. Solo che al tempo non lo sapevo. Così mi sono rifiutato di chiamare quell’esperienza “comunità terapeutica” e l’ho battezzata ingenuamente “comunità di vita”. È stato un errore clamoroso. Pretendere di fare vita in comune con i tossici è autodistruttivo. Ti bevono il sangue, ti drenano le energie. Non puoi mai contare sulla loro sincerità, devi sempre sforzarti di leggere tra le righe».

Quando hai capito che così non poteva funzionare?
«Mentre io continuavo nei miei sublimi discorsi comunitari un tossico mi ha detto: “Io sono venuto qua perché ho il problema della droga, non domandarmi di leggere tanti libri”. Colpito e affondato. Dolorosamente ho dovuto convenire che l’unica via d’uscita era passare alla comunità terapeutica, dove, è ormai chiaro, non condividi un bel niente. Abbiamo continuato per 10 anni, ma non avevamo né il personale né l’ambiente adatto. Ho chiuso per sfinimento. È stata un’esperienza di uno spessore umano enorme ma scientificamente improponibile. Però lì ho sperimentato gli abissi dell’emarginazione umana».

A capitolo chiuso, la tua bussola di missionario ti ha portato in contatto con un’altra emarginazione, quella degli emigrati stranieri. Come ci sei incappato?
«Tramite un altro prete, Giuliano Vallotto, che all’epoca, era il 1987, si occupava dell’accoglienza dei primi immigrati. Mi chiese di accoglierne alcuni. Mi sembrò un’occasione interessante. Ero entusiasta di conoscere un mondo nuovo, ricco e primordiale. E forse ero anche un po’ presuntuoso: in fondo ero già stato in America, io! Mi affascinava l’Islam, il suo rapporto diretto con Dio e poi l’idea di una vita comunitaria diversa, arricchita di altre culture. Così sono arrivati i primi tre senegalesi, che a loro volta hanno chiamato altri senegalesi. A quota sette ho detto stop. Non volevo fare una comunità di accoglienza, volevo convivere con loro».
Mi pare che neppure questa volta sia andata esattamente secondo le tue aspettative.
«Beh, io avevo il pallino dello scambio culturale. Loro avevano semplicemente bisogno di un tetto e di un lavoro. Io volevo parlare, loro per cultura stanno zitti. E poi c’è l’ostacolo enorme della lingua. La nostra convivenza si basa sul condividere le spese e sul vivere assieme».

Ti hanno mai chiesto qualcosa sulla tua religione o sul fatto che sei un prete?
«No, e credo che della mia religione non abbiano capito poi molto. Solo una volta un marabù, il loro imam, mi ha chiesto una benedizione. Fine dei rapporti interreligiosi».

Qual è allora il valore di questa esperienza?
La scoperta della vera essenzialità. Loro vivono di pochissimo. Anche le poche parole fanno parte della loro frugalità. Io volevo far comunità, scambiare le esperienze, ma loro sono ben consapevoli di essere qui solo per bisogno, per mantenere le mogli e i figli. Ti riportano sempre con i piedi per terra. Ti fanno anche fare delle figuracce: se la gente li invita a cena sono capaci di fermarsi all’antipasto e rispondere piuttosto seccamente: “così mi è sufficiente, grazie”. Da loro ho capito il senso del Ramadan, che è un grande esercizio di disciplina. E ho capito che il digiuno è
fatto per chi soffre la fame, per chi mangia tanto è solo una terapia. Per loro il mezzo di interazione non è la parola e il luogo per comunicare non è la tavola imbandita come spesso è da noi. I senegalesi mangiano insieme da un unico piatto in soli dieci minuti. La comunicazione avviene dopo, finito il pasto: per questo le cerimonie del tè sono infinite ai nostri occhi. Stare con loro significa sperimentare altri spazi dell’essere».

Mentre Claudio conclude la frase, percepisco che tra loro non c’è solo una muta conoscenza, c’è un affetto profondissimo, di cui non parlerebbero mai. Ne ho la conferma quando Fallou appare, claudicante, coi capelli bianchi che rigano i fitti ricciolini. «Come stai Fallou?» chiede Claudio. «Sto benino» risponde. «Come al solito, dice che sta bene» ribatte Claudio, «a che serve dire che sto male?» conclude il senegalese, poi saluta gentilmente e se ne va. «Sta malissimo – mi spiega Claudio –, ha avuto un brutto incidente di lavoro, quando l’ho saputo mi è crollato il mondo addosso. Da allora ha subìto molte operazioni, non si è più ripreso. È qua come un’anima sospesa:
resta per poter continuare a mandare i soldi della pensione d’invalidità alla sua famiglia ma il suo cuore è in Senegal. Quelle rare volte che riesce a ritornare in patria, si rianima, si rimette in piedi nonostante il dolore e lascia qui il suo bastone: non svenderebbe mai la sua dignità».

Si è fatto tardi, è ora di andare. Claudio va in un’altra stanza a prendersi il cappotto. Cheihk esce inopinatamente dal suo silenzio e azzarda la seconda frase della serata: «Claudio è un uomo buono». Rimango un po’ sorpresa, lo guardo aspettando altre parole. Inutile. Lui sorride e ritorna nel silenzio. Saliamo in macchina. Fuori è buio pesto, la nebbiolina padana tremula dentro i fasci di luce proiettati dai fanali. Con la mente ripercorro le tappe del racconto di Claudio: in Argentina non ha potuto godere dei frutti del suo lavoro, né qui è diventato il patron di una comunità terapeutica per drogati ed ora con i senegalesi non condivide la parola, come si aspettava, ma il silenzio. È come un seminatore generoso, che non ha mai chiesto nulla per sé; la via per raggiungere gli ultimi non è lineare, ti dà scacco, ti mette sempre in gioco. Claudio ha fatto di tutto per entrare nel corpo e nel sangue della gente, come il suo crocifisso sulla porta, ma più entrava nella materia, più raccoglieva frutti immateriali, impercettibili all’occhio comune.

All’improvviso, mentre ci allontaniamo, quella casa mi sembra un faro e Claudio è il suo guardiano. Intorno la campagna veneta s’allarga come un mare. Quel faro ti ricorda che se credi veramente, Cristo lo trovi nell’ultimo con cui decidi di spezzare il pane. Anche se è un musulmano, superosservante e silenziosissimo, che non sa neppure cucinare.

(1) GIULIA CANANZI (1966) è calabrese di origine e trevigiana d’adozione. Laureata in lingue, è giornalista specializzata sui temi della solidarietà internazionale. Dal 1994 lavora presso la redazione del “Messaggero di sant’Antonio”, per il quale segue i temi sociali e di costume. Collabora con la Caritas Antoniana, istituzione di solidarietà internazionale.

sabato 19 luglio 2008

L'emigrazione in Val Mesolcina e Val Calanca tra il XV e XIX secolo


Pubblico una parte dell'intervista allo storico Cesare Santi inserita nel volume "Una memoria per gli emigranti" (v. post precedenti).

Nell'immaginario collettivo degli italiani la Svizzera appare come un Paese che, nel bene e nel male, ha accolto un rilevante numero di emigranti, nostri connazionali, che lì sono riusciti a trovare migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari. In realtà la Svizzera, che possiede un territorio in gran parte montuoso, è stata anche una terra matrigna e ha visto numerosi suoi abitanti partire per altri siti in cerca di fortuna. Il fenomeno dell'emigrazione che ha riguardato la cosiddetta Svizzera italiana, ovvero l'area etnica e linguistica che comprende il Canton Ticino e parte del Cantone dei Grigioni, è stato particolarmente forte tra i secoli XV e XIX. Nell'intervista che segue a Cesare Santi[1] l'attenzione è stata posta solo sui fenomeni migratori che hanno riguardato il Moesano, ovvero l'area del Cantone dei Grigioni che comprende due valli: Mesolcina e Calanca.

Signor Santi, mi può descrivere, in sintesi, il fenomeno dell'emigrazione che ha riguardato le popolazioni del Moesano?
Il fenomeno migratorio che ha interessato le valli della Calanca e della Mesolcina è comune a tutte le vallate dell’arco alpino, dove è documentato già nel Quattrocento, ma esisteva anche prima, così come risulta da alcuni manoscritti del Trecento. La necessità dell’emigrazione era determinata dalla specificità del terreno alpino, che non permetteva né con le coltivazioni, né con l’allevamento del bestiame e nemmeno col provento della caccia e pesca, di mantenere tutta la popolazione. Onde procurarsi per il sostentamento merci non prodotte in loco - come il preziosissimo sale, il riso, parte del vino e del frumento e altro ancora - era necessario avere del denaro contante che poteva essere procurato solo tramite le rimesse degli emigranti…

Lei ha già avuto modo di sostenere che l’emigrazione del Moesano è sempre stata - per quanto documentato negli Archivi - molto forte, e che si può suddividere sia in zone di emigrazione che in mestieri esercitati all’estero, nonché in villaggi di provenienza degli emigranti…
Sì, ed in sintesi, per quanto concerne le zone di emigrazione, possiamo dire che dal 1400 fino alla fine del 1700, il flusso migratorio era diretto in Italia, con particolare riferimento alla città di Roma e all'area del Lombardo-Veneto, nonché verso la Germania meridionale e l'impero austro-ungarico. Si registrano, poi, flussi migratori verso Francia, Belgio e Olanda almeno dal Cinquecento al Novecento, con rami migratori minori che si spinsero anche oltre, fino in Russia e in Portogallo.

E per quanto riguarda i mestieri esercitati dagli emigranti?
Abbiamo avuto costruttori - cioè muratori, architetti, stuccatori, scultori e pittori - specialmente in Germania e nell’impero austro-ungarico, dove i Mesolcinesi introdussero il Barocco, appreso dai modelli romani del Bernini ed altri, poi adattati al gusto teutonico. Altri emigranti hanno lavorato come spazzacamini nell’impero austro-ungarico e in Germania; altri, invece, come vetrai ambulanti in tutta l’Europa; non sono mancati, già dal Seicento e specialmente in Germania e a Roma, i negozianti; dalla fine del Settecento in Francia, particolarmente a Parigi, e in Belgio, molti hanno lavorato come imbianchini. Un fenomeno migratorio particolarmente interessante è quello che ha riguardato i raccoglitori di resina di conifere e i venditori di pece, specialmente nelle foreste del Tirolo e nella Germania meridionale, dalla fine del Quattrocento fino al primo Novecento. L'emigrazione ha coinvolto anche calzolai e fabbricanti di sapone.

La Svizzera, però, è conosciuta anche per i mercenari, soldati di professione, che hanno militato negli eserciti di mezza Europa…
Certo, e ciò ha riguardato anche il Moesano con ufficiali mercenari al servizio delle potenze estere come la Serenissima Repubblica di Venezia, la Francia, la Spagna, l’Olanda, la Prussia e lo Stato Pontificio almeno già dal primo Seicento fino a metà Ottocento. Comunque non si emigrava solo per lavoro: studenti, accademici ed ecclesiastici hanno soggiornato anche per lunghi periodi, a volte stabilendosi in maniera definitiva, in Italia e in Germania.

Prima abbiamo accennato ad una suddivisione fatta anche per villaggi di provenienza…
Sì, e questa suddivisione riguarda soprattutto due categorie: i costruttori e gli spazzacamini. Mentre i primi, nella grande maggioranza, provenivano dalla Bassa Mesolcina, in particolare dai villaggi di Roveredo e San Vittore, gli spazzacamini erano in gran parte originari dall’Alta Mesolcina, dove si trovano villaggi come Soazza e Mesocco. I raccoglitori di resina emigravano solo dalla Calanca. I vetrai e gli imbianchini, invece, provenivano da tutti i villaggi del Moesano; i negozianti in buona parte da Mesocco, Soazza, Lostallo, Grono, Roveredo, San Vittore e Santa Maria/Castaneda di Calanca, e qualcuno anche da altri villaggi. Gli Ufficiali mercenari dalle famiglie di notabili della regione e anche gli studenti; gli accademici e gli ecclesiastici dalle più importanti famiglie della zona.


Erano solo le difficoltà economiche alla base dei vari fenomeni migratori da Lei esaminati?
In preponderanza erano le difficoltà economiche, a cui si aggiungeva il concetto acquisito che bisognava, se possibile, istruirsi al massimo e imparare all’estero professioni al tempo fonte di benessere. E' noto agli storici che la maggior istruzione nei secoli scorsi non c’era nelle regioni di pianura - dove padroneggiavano i latifondisti e il popolo lavorava a mezzadria -, ma esisteva invece nelle discoste regioni delle vallate alpine, dove ognuno, seppur in piccolo, era proprietario di qualche cosa come un prato, un campo, una stalla, oppure una cascina o anche una casa. Nella pianura, invece, il contadino era in pratica un servo al servizio del latifondista. Più si scende verso la pianura, più si riscontrano analfabeti. E il saper leggere e scrivere era ben noto ai nostri emigranti: per loro ciò era un vantaggio rispetto ad altri emigranti nello stesso mestiere provenienti da altre zone, ma illetterati. [...]



[1] Cesare Santi (1939) originario di Soazza in Val Mesolcina, ha lavorato per 40 anni nella dogana svizzera. Dal 1958 si occupa nel tempo libero di ricerca storico-archivistica riguardante in modo principale la sua regione di origine, ossia le due valli di Mesolcina e di Calanca. Dal 1971 ha pubblicato regolarmente su riviste, giornali, almanacchi e anche in libri singoli, oltre 1300 titoli di articoli riguardanti la storia delle dette regioni. Nel 1984 il governo grigione gli ha conferito a Coira il premio di riconoscimento culturale, mentre nel 2004, quale primo Grigione di lingua italiana, ha ricevuto il Premio letterario grigione.
Le fotografie inserite sono state gentilmente offerte dal prof. Luigi Corfu (Archivio a Marca, Mesocco), e mostrano:
1. San Vittore e Roveredo (i villaggi da cui è partita la maggior parte dei magistri tra la seconda metà del '500 e l'inizio del '700).
2. La chiesa di Santa Domenica di Calanca è quella che rappresenta il modo più tipico di costruire dei "mesolcinesi" (Giovanni Broggio di Roveredo eseguì gli stucchi e la scritta che si vedono in fotografia, nella cappella laterale, dedicata a San Pietro, della stessa chiesa nell'anno 1678).
3. Soazza, con Mesocco, è il paese di riferimento della maggioranza dei Rauchfangkehrer, cioè degli spazzacamini-pompieri presenti a Vienna e nell'Impero asburgico.
4. il villaggio di Drenola.

martedì 15 luglio 2008

Presentazione del Diario al Palazzo della Provincia di Treviso


E’ stata molto buona l’accoglienza che il pubblico ha riservato a don Olivo Bolzon chiamato a presentare il suo libro intitolato “Diario. Un prete della diocesi di Treviso racconta la propria esperienza lavorativa come spazzino nella città di Colonia nel 1964”.

La manifestazione – svoltasi lo scorso 15 febbraio presso il palazzo della Provincia di Treviso – è stata promossa e organizzata dall’ente Provincia in collaborazione con l’Associazione Trevisani nel Mondo, Unione Triveneti nel Mondo, Associazione Editori del Veneto e dal giornale on line “Veneti nel Mondo”.


Ad aprire i lavori è intervenuto l’assessore provinciale alla Famiglia e all’Emigrazione, Barbara Trentin, che ha mostrato apprezzamento non solo per lo stile letterario dell’Autore, ma anche “per lo stile di personalità, per il suo amore e ricerca della novità, per il suo affrontare percorsi e strade nuove come quella dei ‹‹preti operai››, con la voglia di andare oltre gli schemi convenzionali, dell’abitudine, del tran tran e della banale quotidianità”. L’assessore Trentin ha poi così continuato: “Mi piace vedere nel ‹‹Diario›› quanto don Olivo rileva sulla tematica della famiglia vista attraverso gli occhi degli emigranti, come famiglie ricordate, famiglie da cui si sono staccati, famiglie spesso lacerate come, ad esempio, quella della bambina che ha espresso un odio profondo verso la propria madre perché aveva permesso che il padre se ne andasse lontano in cerca di lavoro”. Il ‹‹Diario›› di don Olivo Bolzon costituisce – ha concluso l’assessore Trentin – una “bella testimonianza, una voce che risuona alta, per la sua concretezza, per il suo andare al nocciolo dei problemi, per la sua assenza di retorica, ed è anche un incoraggiamento affinché si allarghi lo sforzo culturale per conoscere sempre più le caratteristiche dei tempi eroici della nostra emigrazione”.

Alla presentazione del libro di don Olivo Bolzon era presente anche l’assessore provinciale alla Cultura, Marzio Favero, il quale ha letto e commentato numerosi brani del libro. Gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo sono stati un periodo straordinario con profonde trasformazioni a livello economico e sociale; in quegli anni – e alla luce del Concilio Vaticano II – ci sono stati preti che hanno voluto vivere a stretto contatto con la gente e, in particolar modo, con i lavoratori, ed è così che hanno svolto – anche in Italia – il proprio ministero sacerdotale come ‹‹preti operai››. Il primo brano del ‹‹Diario››, che si legge rapidamente e gradevolmente, scelto dall’assessore Favero è stato proprio quello che lo apre. Ecco il testo: ‹‹Sono stato a Roma per la settimana dell’Onarmo (Opera nazionale assistenza religiosa e morale agli operai). Si dicono tante belle cose, ma ce le diciamo sempre tra noi, come fosse naturale la divisione tra noi, i preti e il popolo, come fosse certo che noi siamo il soggetto e gli altri un puro oggetto da trattare. Si parla di dialogo restando chiusi in un continuo monologo, si fanno teorie, interessa poco la realtà›› (p. 27). “Credo – ha detto l’assessore Favero – che fin dalle prime righe emerga chiara l’esigenza di capire come si rapporta il messaggio evangelico all’esperienza concreta della comunità che si definisce cristiana ma che non sempre lo è, nel senso che il primo luogo e la prima realtà da evangelizzare non è lontano da noi ma, forse, i primi a dover essere evangelizzati siamo proprio noi”. L’assessore Favero ha poi continuato la lettura col brano che segue: ‹‹…la Chiesa che è troppo preoccupata dell’organizzazione e perciò soffocata nel élan vital, chiusa in una forte burocrazia che la rende molto prossima al comunismo. Come diceva M. (un amico spagnolo, ndr) prendendo i cardinali di Curia e portandoli a Mosca e prendendo i commissari politici e portandoli al Vaticano, nulla cambia›› (p. 30). “Queste righe – ha continuato l’assessore Favero – danno l’idea di una Chiesa troppo ripiegata su se stessa, sulle proprie logiche, che finisce con l’avere delle difficoltà ad essere vicina a coloro che dovrebbero essere i destinatari del messaggio evangelico”.


Dopo l’assessore Favero è intervenuto don Canuto Toso (Associazione Trevisani nel Mondo) che ha sottolineato come la presentazione del volume di don Olivo Bolzon offra alla sua Associazione l’occasione per fare una riflessione sulla presenza dei trevigiani in Germania. Don Toso si è pure soffermato su alcuni brani del ‹‹Diario›› per riflettere, poi, sull’esperienza dei ‹‹preti operai››. “Rileggendo il ‹‹Diario›› – ha affermato don Toso – quello che mi è rimasto maggiormente impresso, sono i momenti forti di preghiera e di riflessione spirituale e teologica che don Olivo faceva nel frattempo, durante le pause e dopo il lavoro. Con questa sua breve quanto intensa esperienza lavorativa, don Olivo ha riscoperto il suo sacerdozio tra gli uomini e il valore della celebrazione Eucaristica nella sua vita e in quella del mondo”. Don Canuto Toso si è anche soffermato sull’importanza “dei laici cristiani negli ambienti in cui vivono e operano, in quanto è necessaria una testimonianza lunga, paziente, generosa uguale e costante, fatta a loro livello e sentita da loro. E’ necessario – ha sottolineato don Toso – valorizzare il ruolo dei laici cristiani dentro questo mondo che ha estremo bisogno di essere evangelizzato. Il valore del laicato e la sua insostituibilità restano certi e intangibili: il laicato, infatti, è capace di penetrare nella vita, di integrare l’esperienza del prete operaio, e quindi insostituibile per rendere adeguato ed efficace il dialogo della Chiesa con questo mondo”. Don Toso ha ricordato che l’esperienza maturata come spazzino a Colonia, darà modo a don Olivo Bolzon di fargli scoprire che i laici ufficialmente impegnati in associazioni, come le Acli, non vivono purtroppo una vita missionaria, ma a circolo chiuso, con attività semplicemente ricreative e assistenziali.


Altro relatore intervenuto alla presentazione del libro è stato Idolino Bertacco (già segretario dell’Associazione gelatieri artigiani italiani operanti in Germania) che ha offerto ai presenti una interessante relazione sulla presenza dei trevigiani in Germania, come i tanti che furono “arruolati di forza sotto l’impero austro-ungarico per combattere ad Aschaffenburg, che si trova a circa trenta chilometri ad est di Francoforte, contro i prussiani nel luglio del 1866”. In quella battaglia i trevigiani si fecero onore ed ebbero, come ringraziamento, sulle singole schede matricolari la seguente dicitura: ‹‹congedato come italiano››.
Tra il 1938 e il 1943 – ha affermato Bertacco – ritroviamo in Germania una consistente presenza di trevigiani, quando dalla Marca partirono circa 4100 coloni”. Purtroppo molti sono stati anche i trevigiani che in quel Paese hanno perso la vita. “In un paesino a sud di Potsdam – ha ricordato Bertacco – sono stato colpito da una targa in metallo che ricordava l’uccisione di 127 lavoratori italiani verificatasi il 23 aprile del 1945. Tra di loro c’erano anche dei veneti. Sono stati sepolti a Berlino-Zehlendorf e il recupero delle salme è avvenuto grazie ai religiosi scalabriniani veneti che si trovavano lì per assistere i nostri connazionali”.


Dopo l’intervento di Bertacco ha preso la parola Carlo Silvano, curatore della collana “Questioni di identità” della Ogm editore che ospita il ‹‹Diario›› di don Olivo Bolzon. “Con la collana ‹‹Questioni di identità›› – ha detto Silvano – si intende porre l’accento sui fenomeni migratori e sull’identità culturale e sociale delle comunità che hanno conosciuto il fenomeno dell’emigrazione. Quando la scorsa primavera ho avuto modo di leggere il manoscritto originale di questo ‹‹Diario›› scritto circa 43 anni fa, è stato forte, in me, il desiderio di pubblicarlo, perché è una chiara testimonianza di come certi preti sappiano stare accanto ai più deboli della nostra società, ovvero ai migranti. Don Olivo non ha avuto paura di mettersi in gioco affrontando una realtà, quella del mondo operaio, particolarmente difficile e aspra e per tanti versi sconosciuta per chi è stato educato e formato tra le rassicuranti mura di un Seminario. Anche se per breve tempo – ha concluso Silvano – don Olivo ha comunque sperimentato sulla propria pelle cosa significhi vivere in un Paese straniero, lontano dagli affetti familiari, indossare la divisa da operaio e fare un lavoro alienante, duro e monotono”.


La manifestazione si è chiusa con la testimonianza di don Olivo Bolzon, il quale ha ringraziato i relatori, in particolar modo l’assessore Favero e don Toso, per le riflessioni offerte al pubblico intorno al suo ‹‹Diario››. Leggendo questo libro di don Olivo Bolzon si è portati soprattutto a riflettere sul significato della parola “integrazione”: parola che non significa né assimilazione, né omologazione, ma, avendo come coordinate la conservazione della propria identità e l’apertura alle novità derivanti da stili di vita diversi dal proprio, si traduce nella volontà del singolo di inserirsi nel tessuto della società disposta ad accogliere nuove persone purché si rispettino le regole e le leggi.

Olivo Bolzon, “Diario. Un prete della diocesi di Treviso racconta la propria esperienza lavorativa come spazzino nella città di Colonia nel 1964”, Ogm editore2007, pp. 80. euro 8.00, isbn 978-88-95500-01-0, collana “Questioni di identità”, centrostudipaoli@libero.it.
si veda pure:

lunedì 14 luglio 2008

Val Poschiavo: una valle alpina nel mondo

Qui di seguito pubblico una parte di un saggio dell'antropologa Michela Nussio dedicato alla Val Poschiavo (Grigioni Italiano) ed inserito nel volume "Una memoria per gli emigranti" (vedi post precedenti). Anche le foto solo di M. Nussio.





La Val Poschiavo non è sempre stata parte dell’attuale Svizzera. Durante l’epoca romana apparteneva all’XI Regio, dopo il periodo carolingio passò dapprima al vescovo di Como e poi ai Visconti di Milano. Dopo vari tentativi il vescovo di Coira[1] riuscì a sottrarla al Ducato milanese. Nel 1408 la valle entrò a far parte della Lega Caddea: da quel giorno il suo futuro fu principalmente legato alla storia grigionese e quindi svizzera[2]. La Val Poschiavo appartiene quindi soltanto geograficamente e culturalmente alla Valtellina. A partire dalle due guerre mondiali, infatti, con la perdita d’importanza dell’agricoltura, si è sempre più orientata economicamente verso la Svizzera tedesca[3]. È un distretto composto da due comuni, Brusio e Poschiavo, abitato da 4592 abitanti[4]. I posti di lavoro limitati[5], a causa della posizione geografica[6], obbligano i giovani a lasciare la valle per cercare fortuna soprattutto in Engadina, ma anche a Coira o Zurigo o nel resto della Svizzera. Già all’età di quindici anni[7], i ragazzi che scelgono di studiare devono abbandonare la propria casa per recarsi nei licei più vicini che si trovano nella parte tedesca del cantone. Lo stesso avviene per chi vuole apprendere una professione e non trova un’occupazione in valle. Emigrare significa però lasciare la propria famiglia, la propria cultura, il proprio paese, la propria lingua. Arrivare nella Svizzera tedesca corrisponde quindi ad incontrare una cultura altra, una città o una cittadina e quindi uno stile di vita diverso, comunicare in una lingua differente dalla propria. I valposchiavini sono comunque abituati a lasciare la propria casa[8]. Abbandonare la valle ed aprirsi a nuove culture, e quindi anche a nuove lingue, è quindi quasi d’obbligo.




Difficile definire l’identità valposchiavina: la valle si trova infatti tra l’Italia, quindi un’altra nazione, e la Svizzera tedesca e romancia. Soprattutto la parte tedescofona della Confederazione è definita come qualche cosa di completamente altro, diverso; della parte romancia si parla poco, è sentita comunque molto più vicina, per questioni culturali e sicuramente anche di solidarietà tra minoranze.
Spesso l’identità è collegata alla lingua: i valposchiavini non si sentono però italiani nel senso politico del termine, si sentono italiani in quanto di cultura italiana. In Svizzera esistono però molte culture, molte comunità diverse, difficile quindi per i valposchiavini definire cosa siano, al di fuori di valposchiavini. Arduo anche il compito di descrivere l’identità svizzera, composta da svizzeri tedeschi, francesi, italiani e romanci e da una molteplicità di sottoculture: basti pensare alle differenze tra un cantone e l’altro, alla varie religioni, alle differenze tra gli idiomi romanci, ai conflitti tra sud e nord e tra est e ovest, alla periferia e alla città, alla montagna e alla pianura. Conflitti politici, si intende, legati a una lingua e a una cultura diversa che nascondono una differenza di potere. La maggior parte[9] si sente quindi valposchiavina; in seguito svizzera italiana rispetto alla Svizzera tedesca, ma non ticinese; di cultura italiana, ma non italiana; grigionese e svizzera nel senso del rispetto verso le minoranze; svizzera per i valori svizzeri. L’identità a livello di Val Poschiavo, però, sconfina, travalica i confini politici: molti si sentono infatti anche in parte valtellinesi. Identificarsi non significa però orientarsi, essi si identificano maggiormente con la cultura italiana, ma non sono orientati verso l’Italia. Entrano qui in gioco fattori economici e politici. La valle si orienta generalmente a nord, perché è lì che si trovano i grossi centri commerciali e quindi i posti di lavoro ben retribuiti. Il nord è quindi il datore di lavoro. L’Italia, invece, è un altro Paese, ha altre leggi, altre istituzioni. L’appartenenza ad una determinata nazione rende comunque difficile il sentirsi parte di un’altra. Le leggi, la cultura nazionale, sono elementi attraverso i quali gli individui s’identificano, per lo meno in parte, in una nazione. Esiste un senso d’appartenenza al Cantone dei Grigioni e alla Svizzera sempre però in termini di minoranza[10]. La multiculturalità e il plurilinguismo grigionese e svizzero causano questo identificarsi soprattutto in un contesto piccolo, delimitato, quasi isolato. I valposchiavini si sentono quindi soprattutto valposchiavini. Esiste anche un altro motivo per cui l’identità è stratificata, dal locale verso il globale. Questo fenomeno è da attribuire all’avere la Svizzera un sistema federale, dove ogni cantone ha molta autonomia. Difficile quindi identificarsi in un cantone vicino, dove spesso le leggi sono diverse. La consapevolezza, inoltre, di appartenere a una minoranza nella minoranza[11] rende ancora più forte il senso d’identità valposchiavina. Esiste anche un senso d’appartenenza alla Svizzera italiana; la maggior parte, però, non riesce ad identificarsi nei ticinesi, i quali sono visti come diversi. Questo fatto è dovuto alla lontananza geografica dei due cantoni. Esistono anche altri fattori, di ordine soprattutto politico. Il Ticino è un altro cantone, ha quindi la propria autonomia e molte leggi proprie, si differenzia perciò molto da ciò a cui i valposchiavini, in quanto grigionesi, sono abituati. Il Canton Ticino, inoltre, per la sua forza politica ed economica superiore rispetto a quella delle valli grigionitaliane, è sentito come una maggioranza. Emerge di conseguenza il sentimento di inferiorità, dovuto soprattutto al poco coinvolgimento delle quattro valli nelle decisioni prese all’interno della Svizzera italiana. L’identità grigioneitaliana, come già affermato, è percepita apparentemente soltanto nel momento in cui si sente in pericolo.

I valposchiavini si identificano come tali in opposizione agli altri, ritenuti diversi in quanto parlanti lingue diverse o aventi culture altre[12]. Le differenze sentite come determinanti per creare un confine tra il “noi” e “gli altri” sono però spesso esaltate o, come afferma Fabietti[13], possono essere anche inventate. La cultura valposchiavina è una cultura che ha subìto e subisce continui influssi esterni: da sud, quindi dall’Italia, e da nord, dalla Svizzera romancia e tedesca. Molte tradizioni, molti usi, sono infatti di provenienza esterna. L’identità deve quindi essere continuamente riaffermata e rielaborata in base a cambiamenti imposti sia dall’esterno che dall’interno. Esiste quindi un continuo “processo di produzione dell’identità”[14] frutto di una negoziazione del gruppo. L’identità è infatti in continuo mutamento, nel tempo e nello spazio.
La situazione linguistica[15] della Val Poschiavo è analizzabile soltanto nel contesto plurilinguistico e multiculturale svizzero di cui è parte. La lingua, essendo parte della cultura di un gruppo, è lo specchio di esso. Il senso di appartenenza a un determinato luogo e la lingua ad esso legata vengono percepiti come incontaminati da elementi non autoctoni, anche se in realtà la cultura e il dialetto contengono molte caratteristiche della lingua e cultura tedesca, italiana e romancia[16]. I valposchiavini, di fronte a tutte le minacce che incombono sulla cultura locale, e di fronte a una progressiva omogeneizzazione delle culture[17], esaltano e proteggono la propria[18]. La situazione linguistica è quindi descrivibile da un lato in termini di identificazione nella propria lingua madre, lingua legata ad un determinato spazio, ad una determinata cultura; dall’altro nella necessità di conoscere lingue e culture altre per poter sopravvivere, quindi di apprendere una lingua del pane[19]. La lingua madre della valle è, ufficialmente, l’italiano[20]. Essa non corrisponde però alla lingua maggiormente utilizzata, la quale non è una lingua ma un idioma, considerato lingua dei sentimenti e quindi lingua spontanea: il dialetto poschiavino[21]. L’italiano è quindi usato soltanto nei momenti ufficiali, nelle scuole, in forma scritta e solo in piccola parte in forma orale, e viene definita in questi termini non potendo chiamare lingua il dialetto. Soprattutto nei dialetti del comune di Poschiavo si possono trovare diversi termini tedeschi o romanci, fenomeno dovuto alla vicinanza con le regioni parlanti queste lingue e causato dal fatto che molti valposchiavini lavorano in queste zone. Il dialetto, uno degli elementi attraverso il quale si identificano gli abitanti della valle, considerato come qualche cosa di specifico, di proprio, è quindi una lingua non pura e sconfina in quelle utilizzate dai vicini. È la lingua familiare, la lingua dei sentimenti, la lingua in cui si pensa, è considerata la propria lingua, la lingua in cui ci si identifica, dove si ritrovano le radici. Molti affermano che sia un idioma da salvaguardare, da proteggere, poiché rappresenta l’identità valposchiavina. La lingua rispecchia infatti la cultura di un determinato gruppo, è lo specchio delle proprie ideologie, della propria visione del mondo. Il dialetto valposchiavino è un idioma semplice, che ricorda un passato contadino, rurale, ma che è stato adattato alla cultura attuale della valle, a una realtà caratterizzata da un ceto contadino in minoranza e da un ceto medio che lavora soprattutto nel settore secondario e terziario e che inserisce quindi all’interno della lingua termini italiani, tedeschi e inglesi. Il pus’ciavin, infatti, non conosce certi termini specifici, tecnici. Questi vengono quindi cercati in lingue altre e inserite a piacimento nei discorsi. Avviene però anche il contrario: spesso nei discorsi in italiano, non trovando un termine corrispettivo, vengono presi in prestito dal dialetto espressioni o modi di dire. Il dialetto è quindi il mezzo attraverso il quale molti abitanti della valle si riconoscono in un’identità specifica, quella valposchiavina, che non è italiana, non è svizzera tedesca e nemmeno romancia. Molti lo considerano la propria lingua madre, usando per l’italiano termini come “lingua straniera”. L’italiano, a volte, è quindi visto come una lingua altra, la “buona lingua”, la lingua degli italiani. Nella maggior parte delle famiglie, infatti, si parla dialetto. Attraverso la lingua i genitori trasmettono ai figli la cultura locale. È visto come un tratto distintivo della propria identità e la scomparsa del dialetto sarebbe probabilmente sentita come una perdita delle proprie origini. Il voler difendere a tutti i costi la propria lingua, è un modo per differenziarsi dagli altri, considerati diversi, i quali hanno un'altra cultura e un’altra lingua. Il poschiavino non è però soltanto un tratto distintivo verso l’esterno: chi parla un determinato dialetto mostra infatti la propria identità specifica, il proprio villaggio di origine e la propria religione. La lingua con cui ci si esprime diventa quindi un mezzo di riconoscimento. Fino a pochi anni fa esisteva una grossa differenza, soprattutto a Poschiavo, anche tra il linguaggio usato dai protestanti e quello usato dai cattolici. Soprattutto in passato, inoltre, il poschiavino aveva pure una funzione integrativa: chi non parlava il dialetto non era infatti parte del gruppo, in quanto considerato diverso. Attualmente, per il numero sempre maggiore di matrimoni misti con persone provenienti dalla Valtellina, specialmente nel comune di Brusio, si parla sempre più italiano. Rispetto al passato si utilizza quindi meno dialetto. Probabilmente in Val Poschiavo il dialetto sopravvive[22] per la vicinanza con culture altre a nord e per un confine politico a sud. Esiste infatti una forte necessità, a livello di gruppo, di differenziarsi dagli altri, e il dialetto sembra avere questo compito. La funzione e la sopravvivenza di questo idioma sono quindi da attribuire al fatto che la popolazione della valle voglia mantenere la propria identità e voglia differenziarsi sia dall’italiano a sud, parlato da milioni d’individui, che dal tedesco e dal romancio a nord. La Val Poschiavo, inoltre, è una valle abbastanza isolata con un unico sbocco verso sud e un valico a nord. Il dialetto vive quindi in uno spazio ben delimitato e abbastanza separato.
L’italiano è la lingua scritta che si apprende a scuola e con la quale generalmente si comunica molto raramente, anche se ufficialmente, come già affermato, è la lingua madre dei valposchiavini. Si parla questa lingua con chi non conosce il dialetto, quindi con persone che parlano italiano in famiglia, oppure con chi proviene da fuori. Viene inoltre utilizzata nei momenti ufficiali. È quindi una lingua importante, intellettuale, formale, tecnica. È difficile tracciare un confine netto tra l’italiano e il dialetto. Generalmente si può però parlare di una lingua orale, informale, affettiva, per quanto riguarda il dialetto, e di una lingua ufficiale e scritta per l’italiano.
Il plurilinguismo svizzero e il pluriculturalismo ad esso correlato comportano una necessità, soprattutto per le minoranze, di comprensione linguistica. I valposchiavini sono quindi obbligati a conoscere la lingua e la cultura del vicino, il tedesco, definita quale lingua del pane, idioma necessario a causa della dipendenza economica da questa regione. In quanto minoranza la valle deve inoltre sottostare alle decisioni prese dalla maggioranza, di lingua tedesca. Si vengono quindi a creare delle gerarchie linguistiche in un contesto che dovrebbe essere trilingue e quindi egalitario. Per soddisfare le esigenze dettate dalla politica e dall’economia, la scuola, quale luogo di preparazione alla vita soprattutto professionale, deve quindi adattarsi introducendo, anticipando, potenziando quelle lingue che servono maggiormente. Oltre alle lingue nazionali i valposchiavini sono tenuti quindi ad apprendere anche la lingua inglese, lingua internazionale di grande importanza, dovendo quindi rinunciare alla conoscenza del francese, il cui apprendimento, nelle scuole grigionesi, è diventato facoltativo. Molti vedono questa lingua come un pericolo per la coesione nazionale, altri come un accesso al mondo globalizzato. Dall’utilizzo della lingua italiana e di un idioma locale come il dialetto poschiavino, e dall’apprendimento della lingua del vicino e lingua nazionale, il tedesco, si passa ad una lingua internazionale, tralasciando un’altra importante lingua svizzera, il francese, passando quindi dal locale quasi direttamente al globale.






_______




[1] Attuale capitale del Canton Grigioni.




[2] L. BOSCHINI, “Tracce di storia e di architettura della Valposchiavo”, ed. Pro Grigioni Italiano, Poschiavo 2005, p. X-XI.




[3] O. LARDI, S. SEMADENI, “Das Puschlav, Valle di Poschiavo”, ed. Verlag Paul Haupt Bern, Bern 1994, p. 117.




[4] Gli abitanti della Val Poschiavo risiedono in due comuni: quello di Poschiavo (3393 abitanti) e quello di Brusio (1199 abitanti). I dati qui presentati sono dell’ottobre 2006.




[5] Nella valle la maggior parte della popolazione lavora nel secondario e nel terziario, pochi nel primario.




[6] La valle, si trova, come già affermato, incastonata tra le montagne.




[7] Nel Canton Grigioni i bambini iniziano a frequentare la scuola dell’obbligo a sette anni e la terminano a quindici.




[8] I valposchiavini emigrarono dapprima, a cavallo del ‘700, verso Bergamo, Brescia e Venezia come scaricatori di porto, calzolai, spazzacamini e acquavitai. Più tardi, da fine ‘700 fino agli inizi del ‘900, la valle fu di nuovo teatro di forti emigrazioni. Soprattutto i protestanti si recarono verso la Spagna e la Francia, ma anche verso altri Paesi, come ad esempio la Polonia e la Russia, per aprire delle pasticcerie che fungevano pure da caffé. I cattolici, invece, si recarono in Australia per lavorare come tagliaboschi. Molti valposchiavini emigrarono pure in Inghilterra e Austria.




[9] Si intende la maggior parte degli intervistati durante il lavoro di campo e dei partecipanti del forum sull’identità del sito www.ilbernina.ch. Il lavoro di campo è stato svolto dalla sottoscritta nel 2006 attraverso l’osservazione partecipante e la somministrazione di numerose interviste semi-libere.




[10] In Svizzera, a causa del quadrilinguismo, la lingua non è, come nella maggior parte dei Paesi, il mezzo attraverso il quale tutti i cittadini si identificano nella propria nazione. Di fronte a un Paese pluriculturale e quadrilingue, la tendenza è quindi quella di identificarsi nel locale, e non nel globale. Molti si sentono svizzeri perché amano i valori sui quali è costruita la Svizzera: quindi sull’uguaglianza, sul buon funzionamento dello Stato, sul benessere in generale, sulla solidarietà, sulla protezione della natura ecc. Molti si identificano nella Svizzera anche e soprattutto in quanto la considerano un Paese che rispetta le minoranze. Il mezzo attraverso il quale ci si identifica non è quindi una lingua, una cultura, una religione, ma la legge che rispetta le varie lingue, religioni e culture del Paese. L’identità svizzera è multiculturale e plurilinguistica anche per l’alto numero di stranieri residenti nel Paese. Nelle interviste svolte durante il lavoro di campo ritorna sempre la definizione della Svizzera come una Willensnation, una nazione retta dalla volontà dello stare assieme. Esistono quindi diverse identità svizzere: è difficile parlare di un’unica identità, anche se, alcuni, definiscono l’identità elvetica come la somma di tutte le culture che contiene.




[11] La Val Poschiavo è infatti parte sia del Grigione italiano che della Svizzera italiana, ma anche all’interno di quest’ultima si trova in posizione subordinata.




[12] Difficile definire la cultura valposchiavina in quanto, come tutte le culture, non è pura. Si potrebbe dire, ad esempio, che è legata al territorio, quindi ad un ambiente di montagna; a una religione cattolica e protestante; alla lingua italiana e al dialetto locale. Questo però non sarebbe mai sufficiente a definire questa cultura che viene continuamente influenzata dall’esterno. Elencare ciò che la differenzia da quelle con cui confina è altrettanto arduo. Si potrebbe forse affermare che è diversa da quella valtellinese in quanto i vicini sono prevalentemente cattolici; oppure in quanto questi ultimi erano parte di un Regno. Rispetto all’Engadina si potrebbe dire che la maggioranza protestante possa essere un elemento che non accomuna.




[13] U. FABIETTI, “L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco”, Carocci editore, Roma 2005 (1995).




[14] Ibidem, p. 21.




[15] La maggior parte degli abitanti della Val Poschiavo parla il dialetto locale, conosce perfettamente, o quasi, l’italiano. Molti sanno parlare e scrivere abbastanza bene il tedesco, alcuni conoscono il francese e l’inglese.




[16] La lista degli elementi esterni che sono entrati nella cultura valposchiavina sono infiniti. Una cultura non può però mai essere definita pura. Come afferma Amselle, esistono infatti dei continui collage di collages precedenti. J.-L. AMSELLE, “Connessioni”, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2001, p. 8.




[17] J.-L. AMSELLE, op. cit., pp. 7-10.




[18] Oltre alla già citata associazione culturale Pro Grigione italiano, esistono anche mezzi attraversi i quali i valposchiavini possono sentirsi parte di un’unica comunità. È il caso, ad esempio, dei Pus’ciavin in Bulgia, associazione dei valposchiavini emigrati, e della loro rivista, al Fagot; dei due giornali locali, uno cartaceo, Il Grigione italiano, e l’altro on-line il Bernina; oppure della rivista culturale della Pgi, Quaderni grigionitaliani; o dell’Almanacco del Grigione italiano.




[19] Con questo termine si intende la lingua del sostentamento, in questo caso si tratta del tedesco.




[20] La diffusione dell’italiano nella valle avvenne negli anni della Riforma e della Controriforma. Nel Cinquecento, infatti, la Val Poschiavo, come le altre valli grigionitaliane, fu meta di religiosi e laici alfabetizzati che fuggivano per motivi religiosi dall’Italia. Gli esuli adottarono la lingua italiana come lingua franca influendo così sulla lingua dei valposchiavini che, frequentandoli e seguendo le loro predicazioni, ebbero modo di apprenderla. La lettura personale dei testi sacri consigliata dalla religione protestante portò a un avvicinamento ulteriore degli abitanti della valle alla lingua italiana, i quali leggevano i testi italiani portati dai religiosi. L. BOSCHINI, “Tracce di storia e di architettura della Valposchiavo”, ed. Pro Grigioni Italiano, Poschiavo 2005, p. 7.




[21] Il pus’ciavin è una variante del dialetto valtellinese, quindi del meneghino.




[22] In Val Poschiavo, rispetto alla vicina Valtellina, si parla ancora parecchio dialetto. In quest’ultima, infatti, sempre meno giovani lo parlano ed è difficile sentirli esprimersi in dialetto. Secondo molti, sembra sia considerata una lingua da contadini, da poveri e quindi una lingua da non parlare, motivo di vergogna. A partire dagli anni Sessanta, infatti, il benessere economico provocò un cambiamento di registro: non parlare il dialetto era, in un certo senso, dimostrare la non appartenenza al ceto più basso. Questo fenomeno colpì, ad esempio, anche il Canton Ticino e in parte anche la Val Poschiavo, ma in forma molto lieve.










1. Immagine della Val Poschiavo (foto di Michela Nussio)

Il "Diario" di Bolzon presentato a Castelfranco Veneto



Presentazione* del “Diario” di don Olivo Bolzon

Quello che abbiamo tra le mani e che presentiamo stasera sembra un libro esile, dalla copertina muta, come si dice in gergo, uno di quei libri che quasi scompaiono in uno scaffale zeppo di libri patinati dalle copertine rutilanti di colori e ammiccanti nei titoli.

In questo piccolo e sobrio oggetto le pagine occupate dal “Diario” di don Olivo sono un macigno che colpisce la coscienza di ogni uomo e donna che non sia insensibile a questa testimonianza di vita dentro la storia recente dell’umanità e della Chiesa. Un macigno strano, tuttavia, che colpisce e comprime ma che allo stesso tempo obbliga ad interrogarci, a rialzare la testa e riconoscere quale e quanta pressante attualità si possa leggere nell’esperienza di don Olivo, spazzino per due mesi a Colonia nel 1964.


Alla fine della lettura, ho avuto netta la sensazione di una sorta di discesa negli inferi, illuminata, devo aggiungere, da squarci di straordinaria umanità e illuminata - anche se sembra un paradosso, ma io ritengo non lo sia - da una forza interiore che solo una fede nutrita dall’incontro con uomini, non importa di che provenienza o nazionalità, non importa di quale cultura, di quale moralità, ma pur sempre uomini, con le loro storie, con le loro passioni, il loro profondo e talora singolare senso della famiglia, ma, soprattutto, con i loro diritti e la loro inderogabile dignità di persone.


Gli uomini che don Olivo incontra a Colonia sono gli stessi uomini che noi incontriamo nei Vangeli, gli stessi uomini che Cristo ha incontrato, non scegliendo tra giusti e prostitute, tra infingardi e uomini del tempio.


Questa, credo, in massima sintesi, sia stata la sfida o meglio la missione di don Olivo a Colonia. Come bene ha scritto Marisa Restello nell’ampia e imprescindibile introduzione, quella di don Olivo è stata la missione di un prete-operaio germogliata all’interno di un percorso che la Chiesa, prima in Francia e poi anche in Italia, nel secondo Dopoguerra, ma in particolare a seguito delle aperture del Concilio Vaticano II, aveva avvertito indispensabile, anzi centrale nella sua dimensione autenticamente missionaria: non più, come scrive Marisa Restello, «una Chiesa come piramide gerarchica, ma una comunità […], non più una Chiesa che alza un predeterminato muro tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, ma che nutre il più profondo rispetto per la persona che lavora e la sua creatività».


Per interpretare compiutamente questa nuova visione della Chiesa, era necessario andare incontro agli uomini nel loro mondo, e non attenderne l’arrivo nei propri recinti; era necessario, prima di ogni altro annuncio, portare un messaggio di libertà vera, di libertà interiore, un messaggio di valori umani e morali, di dignità della persona. Un messaggio e una testimonianza che si confrontassero sui piani propri di chi viveva un’esperienza di distacco dalla propria terra, dalla propria famiglia; un messaggio e una testimonianza di solo apparente materialità nel terreno degli uomini incontrati: il terreno del lavoro, del denaro guadagnato, del senso della famiglia, del valore della sessualità, del rispetto dell’altro.

Tutto ciò avveniva per una semplice ragione che, credo, sia il fondamento della storia e dell’attività pastorale di don Olivo, tanto complessa e impegnativa qui, nel Veneto, e in mezzo mondo, e nella quale una svolta fondamentale ebbe l’incontro con il vescovo ausiliare di Lione, mons. Ancel. Questa semplice ragione mi pare di vederla nella consapevolezza che ogni uomo e ogni donna, prima che cristiani e credenti, sono esseri umani, sono persone e non individui, e come tali possono accogliere e vivere l’annuncio cristiano se sperimentano, in profondità, la loro dimensione di esseri pensanti, liberi e dotati di capacità critica, di soggetti responsabili e non oggetti passivi nelle relazioni sociali ed economiche. Queste persone è andato ad incontrare don Olivo a Colonia. Don Olivo consegnatario di quella che, ancora Marisa Restello, definisce «l’eredità della travagliata e splendida storia dei preti-operai in Francia per il crescente bisogno di evangelizzazione di una realtà sociale in grande cambiamento anche in Italia». A Colonia, don Olivo è andato come emigrante ed operaio, a convivere con altri emigranti ed operai, siciliani o marocchini, non importa, a condividere con loro le mille fatiche e le umiliazioni della quotidianità, a condividere con loro uno dei lavori più umili che si possano immaginare: spazzare le strade. Umiliato, don Olivo, anche nel suo essere prete, nel non poter celebrare ogni giorno la Messa, nel vedersi chiudere la porta del vicariato di Colonia, eppure nutrito dalla preghiera e dalle lettere di S. Paolo.


A Colonia, don Olivo ha vissuto la terribile esperienza della distanza che separava, lui prete e la Chiesa di qualche decennio fa, dal mondo del lavoro, del lavoro degli ultimi, ultimi in tutti i sensi, emigrati e spaesati, ammassati come bestie in un edificio abitato da 130 persone, poveri materialmente e talora poveri dentro.


“Prete povero per i poveri e tra i poveri”: questo è stato don Olivo nelle lunghe ed interminabili settimane passate a Colonia. Scrive don Olivo degli scopi che l’hanno portato a questa esperienza: «Desideravo da molto tempo vivere con intensità la preghiera, la mia unione con Cristo […] nel pieno dell’umanità, soprattutto dell’umanità più povera e abbandonata».


«Vivere insieme agli uomini - prosegue don Olivo - soffrire insieme le stesse difficoltà, assumere il più possibile le loro preoccupazioni, non allontana dalla preghiera, non distacca da Cristo, anzi rende la vita più spessa, più concreta, più impegnata non solo nella parte intellettuale, ma anche affettivo-esistenziale». Nel “Diario” vi è poi un passo che chiarisce ancor più lo spirito della missione di don Olivo: «E’ fuori di dubbio che questa non è azione, è testimonianza diretta, non è evangelizzazione, ma pre-evangelizzazione, non è semina, ma preparazione alla semina […]; si tratta solo di rendere evidente che il cuore della Chiesa pulsa in realtà al ritmo del cuore dei più poveri, dei più abbandonati, che la Chiesa non ama il privilegio del potere, ma l’onore del servizio».


Parole, queste, scritte oltre quarant’anni fa ma il cui suono assordante si propaga con forza più che mai oggi. Ripenso alle parole pronunciate da Paolo VI la notte del Natale 1968 al Siderurgico di Taranto, ricordate e riprese da Carlo Silvano nella Nota editoriale al libro, parole profetiche nella loro purtroppo straordinaria attualità: «Noi facciamo fatica parlavi - diceva Paolo VI rivolgendosi agli operai di Taranto - noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O noi forse non vi comprendiamo abbastanza? […] Ci sembra che tra voi e noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! […] Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte […]. Noi, Papa della Chiesa cattolica - conclude Paolo VI - come misero, ma autentico rappresentante di quel Cristo, della cui natività noi questa notte celebriamo la memoria, anzi la spirituale rinnovazione, siamo venuti qua fra voi per dirvi che questa separazione fra il vostro mondo del lavoro e quello religioso, quello cristiano, non esiste, o meglio non deve esistere».


Nella consapevolezza espressa da Paolo VI e nella speranza unita alla volontà di superare la separazione tra Chiesa e mondo del lavoro, va inalveato il percorso di don Olivo. Quello che dovemmo chiederci oggi, e questo libro in questo senso rappresenta un messaggio chiarissimo di sorprendente attualità, è se, dopo Colonia, dopo tante altre esperienze di don Olivo e di tanti altri di preti-operai, la Chiesa sappia oggi parlare ai lavoratori, se sappia interloquire con le nuove forme di lavoro, con le precarietà infinite, se di giovani e meno giovani riconosca le fatiche, se sappia riconoscere le nuove povertà, e non solo quelle materiali, se sappia riconoscere come fratelli i siciliani e i marocchini di Colonia negli immigrati di tante nazionalità, lingue, culture e religioni, che vivono e lavorano in mezzo a noi; in poche parole se, la Chiesa, non ritenga di dover ripensare a quanto testimoniato da don Olivo e da altri suoi confratelli e quelle esperienze attualizzare veramente, con linguaggi nuovi e testimonianze autentiche, nelle tante Colonie che, oltre quarant’anni dopo, sono presenti nella nostra società contemporanea, qui nel cosiddetto Nord-Est e nell’Italia intera.


Giacinto Cecchetto
direttore della Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto



* Teatro Accademico di Castelfranco Veneto, 8 novembre 2007 - ore 20.30.
1. nella prima foto: il sindaco Maria Gomierato con don Olivo Bolzon.
2. nella seconda foto: i relatori intervenuti alla presentazione del libro. Da sx verso dx: Luisa Bordignon (poetessa), Carlo Silvano (curatore della collana "Questioni di identità"), Maria Gomierato (sindaco di Castelfranco Veneto), Olivo Bolzon (autore) e Giacinto Cecchetto (direttore della biblioteca comunale di Castelfranco Veneto).

Diario di un prete-spazzino trevigiano


Piccolo di mole, esattamente cinquanta pagine di testo, ma notevole per contenuto umano, spirituale e pastorale.

Una cronaca asciutta, pungente, senza nulla concedere a divagazioni letterarie, o a descrizioni di ambienti e di luoghi, sia di quelli squallidi come i casermoni dove ospitavano gli emigrati di varie provenienze, sia quelli prestigiosi come la monumentale Cattedrale di Colonia.
È come un succedersi di foto in bianco e nero in cui sono fissati i tratti essenziali dei personaggi e dei loro sentimenti.

Il filo conduttore del "Diario" di don Olivo Bolzon in ogni sua pagina è l'idea, la passione, il desiderio ardente per "l'evangelizzazione dei poveri", con la constatazione dolorosa: "I poveri non sono evangelizzati". Alla pagina 42 scrive: "Sempre più ho coscienza della miseria in cui noi li abbiamo abbandonati e della necessità urgente per la Chiesa di evangelizzare i poveri. Non vedo però come".
E a pagina 70: "Mi pare che questi miei amici siano aperti al Vangelo come un fiore è aperto al sole. Solo che non lo possono ricevere perché nessuno glielo dà. Mi impressiona sempre più il grave fatto di questa mancata evangelizzazione".
Non si tratta di una operazione individuale. Riguarda tutta la Chiesa: "Ho il desiderio ardente che tutta la Chiesa si accorga dei poveri e per questo vorrei stare con essi, anche se la vita qui è dura, terribilmente dura, banale, monotona, triste, inutile. Alle volte ho il dubbio di star facendo qual cosa di assolutamente inutile, stupido, e vorrei che qualcuno mi parlasse. Ma per questo non potrò avere che silenzio e ancora silenzio. "Mi sento veramente solo" (p. 60). "La Chiesa non si accorge dei poveri" (p. 51).

Sono gli Stati d'animo di abbandono, di solitudine, di inutilità che spesso traspaiono. È da qui che insorge nel giovane prete che ha deciso di trascorrere un mese svolgendo il lavoro di spazzino nella città di Colonia, una serie di esigente forti, urgenti, irrinunciabili. La prima, appunto, è il bisogno di Chiesa. Una Chiesa che si faccia carico di quella che è la sua missione fondamentale: "Mi ha mandato per evangelizzare i poveri". È assurdo inviare un suo ministro, un suo sacerdote in una frontiera così esposta dove regnano miseria, degrado, disperazione; là dove l'uomo perde la sua dignità ed è ridotto quasi a livello di bestia da soma, e poi lasciarlo solo, come si trattasse di una impresa privata, di un progetto solitario.

La Chiesa tutta intera va nell'inferno degli ultimi della terra. Ci va col suo inviato, col suo prete e lo sostiene, lo accompagna e si fa ricca della sua esperienza, facendola diventare esperienza di tutti e spinta ad una reale conversione al Vangelo. La seconda esigenza è quella della "Santa Messa". Così la definisce, con voluta riverenza. (p. 43). Il bisogno di celebrare. Ma non gli viene offerto un altare. Non coincidono gli orari! Almeno partecipare all'Eucaristia, poter fare la Comunione. Tutte le volte che può. E quando non ci riesce, perché non dispone della giornata a suo piacimento, vi è in lui una sofferenza persino fisica per essere privato di una realtà che lì diviene una ragione di vita, di equilibrio, di consolazione. Altro che "dire Messa" per abitudine, o per ufficio!

E poi vi è la preghiera: "Mi pare che la mia preghiera in questo periodo si sia fatta più vera, concreta, intensa. Ripenso sempre a San Paolo (Efesini): "Prigioniero di Cristo per voi, per annunciarvi il suo Vangelo" (p. 61).

Una preghiera che non è un ripiegarsi su se stesso, il rifugiarsi in un angolo consolatorio, lontano dalla miserabile condizione degli altri. "Da parecchi giorni penso alla preghiera e credo di aver scoperto una grande realtà: la preghiera non è solo invocazione, troppo comoda, ma è impegno di tutto se stesso a realizzare la volontà di Dio nella condizione in cui siamo. Quando si prega per gli altri, per esempio per l'evangelizzazione di questi uomini, tale preghiera sarà vera e riuscirà veramente efficace solo nella misura in cui noi, pregando sinceramente, usciremo dal nostro comodo egoismo, ci allontaneremo dalla nostra soddisfatta tranquillità e ci avvicineremo rompendo gli ostacoli, divisioni ecc... in un impegno possibile con la nostra posizione e vocazione, ma fattivo e concreto, verso chi non è evangelizzato. Così la preghiera è continuamente uscire da se stessi per entrare nella Volontà di Dio, sia che preghiamo per noi, sia che preghiamo per gli altri, ed è un mettersi a disposizione di Lui e un effettivo collaborare con Lui" (p. 71).

Una sintesi non teorica di teologia spirituale sperimentata e vissuta mentre si svolge un lavoro così umile accanto ad alcuni compagni a cui nessuno ha insegnato a pregare (p. 41).

Il "Diario" rivela in ogni pagina un grande amore verso quelli che sono gli ultimi, il cui lavoro: "avvilisce sempre più la persona umana (p. 41). "Mi pare di amarli, e mi pare che fra me e loro è nota una reciproca simpatia, manifestata da segni di gentilezza, da reciproci favori" (p. 51). Ma vi è una sofferenza: non si riesce ad essere veramente "come loro". "Uno di loro". Essi "sentono che io non sono del loro mondo" (p. 51). Il giovane prete vorrebbe dare tutto se stesso a questi poveri che sono diventati suoi compagni di strada perché ognuno di loro "ha diritto a ricevere la totalità di noi stessi, quella totalità che nel Cristo abbiamo raggiunto e in Lui abbiamo imparato a donare. Ogni arresto a questo desiderio, a questa ricerca, è egoismo e peccato contro l'Amore, perché riserva al nostro egoismo qualcosa che appartiene all'Amore, a Cristo e agli uomini" (p. 53).

Si pone la questione se rimanere o partire: "Tutti mi dimostrano stima e simpatia: i marocchini mi hanno voluto regalare della frutta. Mi dispiace di non poter restare più a lungo e di non vedere tutta la Chiesa impegnata con me. Sono sicuro che questi poveri attendono il Vangelo e lo amerebbero molto...Quando uno si accosta a loro, senza secondi fini, per puro amore, gratuitamente, si sentono rivivere" (p. 73). La partenza è necessaria, ma dolorosa. Non è una fuga, ma una conferma di fedeltà: "L'ultimo giorno come spazzino e addio ai miei compagni di lavoro: lavoro monotono, noioso, ma fatto per voi con tanto amore. Desidero restare fedele a voi e ringraziarvi perché mi avete aiutato a seguire più da vicino Gesù" (p. 76). "C'è ancora molto da fare nella mia vita per essere povero ed umile come voi". È un commiato che ha come conclusione una nuova presa di coscienza. "Sento che soprattutto a loro io appartengo" (p. 77).

* * * * *

Questa storia non avrebbe nessun senso se non vi fosse una ragione intima da cui essa dipende, un centro attorno a cui girano quelle giornate tra Luglio e Agosto 1964, monotone, noiose, piene di fatica e di solitudine. Un giovane prete fa una scelta che a lui pure sembra "stupida", di diventare compagno di lavoro di alcuni spazzini di una ricca città tedesca. Perché? La risposta è una sola: essere fedele a una chiamata, quella di seguire Gesù Cristo nella sua povertà, nella sua abiezione, nel suo farsi nulla. L'intimissimo rapporto con Cristo costituisce la radice di una tale decisione.

Il protagonista del "Diario" ci rivela il suo segreto. Lo fa con semplicità e con lo stile sobrio che si confà alle confidenze quando queste introducono nella sfera più gelosa della propria persona. Questa vicenda, allo stesso tempo interiore e apostolica, si svolge avendo come sfondo l'esperienza di San Paolo, quella descritta in Efesini e Filippesi. Queste lettere, come in filigrana, seguono e accompagnano la quotidiana meditazione del prete operaio. Solo qualche accenno: "Io prigioniero di Cristo, ho l'incarico di trasmettervi la sua grazia" (Ef.).
Segue il commento: "Sono qui per questa gente, i più poveri, e devo vivere per essi". Prima ancora devo essere prigioniero di Cristo, cioè devo darmi a Lui in maniera totale, decisiva e perché totalmente di Cristo debbo occuparmi dei poveri... Sento un bisogno immenso della sua luce e un desiderio infinito che egli mi faccia fedele con tutta la mia persona.

"Prigioniero di Cristo" è una frase che molto mi ha fatto impressione e che vorrei vivere nella totalità" (p. 47). "Vi amo con l'amore di Cristo" (Fil.). Ed è così che vorrei amare questi miei amici" (p. 61). "Ho compreso quanto bisogno abbiamo di essere Cristo": ("Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù") e come però sia assai difficile essere Buon Pastore, donare davvero la vita" (p. 67). "È questa la grande scoperta di questo mese ed insieme il limite... vorrei tanto purificare la mia vita, accettando e amando qualunque sacrificio per essere tutto di Cristo e dei miei fratelli. Anzi, "considero tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto, e tutto ho stimato come immondizie, allo scopo di guadagnare Cristo..., (Fil 3, 8ss) (p. 73).

Il "Diario" dichiara: "Desidero con tutta la mia vita realizzare ciò". "Dimentico tutto quello che è indietro... o Signore, che il mio passato sia veramente superato da un amore a Te forte e concreto, che mi attira sempre di più". "L'amore è esigente perché è totale e richiede la purificazione di ogni giorno, di ogni istante, di ogni azione; richiede che io sia sempre presente a me stesso per potermi donare in ogni istante a Te. Attirami, o Gesù, e sii sempre tutto il mio ideale, l'unica meta" (p. 75).

* * * * *

Nella sua ampia e acuta introduzione Marisa Restello, a conclusione, rivolgeva un interrogativo: "Molte cose sono passate nella Chiesa come nella società, ma c'è ancora qualcosa di profondamente attuale nelle domande che il "Diario" pone?". Io credo che non ci sia soltanto "qualcosa" di profondamente attuale, ma nel suo insieme, nel suo significato spirituale e apostolico il "Diario" è
tutto fortemente attuale.

Mi verrebbe da chiedere, per esempio, quale sia il livello della nostra celebrazione eucaristica. Il nostro "dir Messa" quotidiano. Nel "Diario" vi è questa provocazione: "... Lo sentivo con violenza oggi nel Duomo: il sacerdote dovrebbe celebrare nella sua vita una sola Messa e poi morire, scomparire, in qualche modo disfarsi nel Cristo. Se la mia vita potesse essere intimità totale col Sacrificio Redentore del Cristo e io potessi essere nella realtà totale offerta con Lui, solo allora potrei parlare della Messa" (p. 44).

Non solo il Celebrare, ma tutto il messaggio così come viene offerto, soprattutto ai poveri, ha bisogno di essere riportato alla freschezza e al vigore delle origini. "Abbiamo complicato molte cose e al termine di queste complicazioni uno può sentirsi in regola, ma il Vangelo è semplicità, è tenerezza, amabilità". Qui riferisce l'amicizia di San Paolo verso i Filippesi, verso le persone concrete della Comunità per concludere che: "Cristo è vivo e presente nella sublimazione di queste semplici e fondamentali realtà umane. Quando ci si ama davvero con tutto il cuore è nel Cristo che ci si vuol bene, è Lui presente in mezzo a noi. È da Lui che viene l'amore!" (p. 70).

Quanta attualità in questa sofferta constatazione: "Mi è tanto difficile vedere nella pastorale d'oggi, in concreto, Cristo alla ricerca della pecorella smarrita". È terribile pensare che "la Chiesa è la Chiesa di tutti e specialmente dei poveri, e poi vedere come nulla è oggi in grado di fare per l'evangelizzare per i poveri: il suo quadro liturgico, la sua maniera d'insegnare, le sue preoccupazioni di costume morale non sono per nulla adatte a costoro che fanno questo lavoro, con questo orario, che vivono ai margini della società, che non sono uomini adulti. Eppure sarebbero questi i preferiti da Cristo" (p. 41).

* * * * *

In tutto il "Diario" non appare mai neppure l'ombra di un atteggiamento polemico nei confronti della Chiesa, al contrario, si coglie un grande amore, una appassionata necessità di Chiesa. Proprio per questo è necessaria la domanda: oggi, nel suo insieme, la Chiesa è protesa con tutte le sue migliori energie verso l'evangelizzazione dei poveri? E se lo sguardo si fissa soprattutto sul prete: vi è oggi, in modo concreto, la scelta preferenziale dei poveri? Sembrano ormai tempi remoti quelli, nei quali dei sacerdoti (e neppure pochissimi!) hanno potuto decidere quel modo di essere che viene descritto nel "Diario": vivere con gli ultimi, spinti da una tale urgenza apostolica, animati dal desiderio di assimilarsi a Colui che pur essendo ricco si è fatto l'ultimo e il servo di tutti.

Il Prado Italiano è nato in quel crogiolo di idee, di spinte Conciliari, di fermenti di rinnovamento e guai se perdesse quella tensione umana ed evangelica dei primi tempi. Qualcuno, durante l'ultimo Convegno, ha avuto l'impressione di vedere un Prado stanco. Spero che non sia così. I primi a tener lontane da se stessi stanchezza e rassegnazione dovrebbero essere proprio gli anziani. A loro, secondo la sua maniera si rivolgeva Olivo: " Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come come loro..." (1 Pt 5,1), a essere testimoni di ciò che il vero Pastore ha compiuto nella vostra vita. Raccontare "le opere meravigliose", non in un esercizio di senili e malinconiche rimembranze, ma per ricevere e trasmettere quelle forti motivazioni che animano e sorreggono le scelte di un oggi divenuto così complesso e problematico. Il "Diario" che dovrebbe essere pubblicato integralmente appartiene a questo genere di narrazione. Il patos che esso comunica ci aiuta a tener desta in noi quell'alta tensione spirituale che ci ha guidato, in quegli stessi anni a compiere scelte, interiori e apostoliche, che hanno dato senso alla nostra vita.

Olivo Bolzon, "Diario. Un prete della diocesi di Treviso racconta la propria esperienza lavorativa come spazzino nella città di Colonia 1964", Ogm editore 2007, collana "Questioni di identità", pp. 80, euro 8,00 [Distribuito da Tredieci: Via Leonardo Da Vinci, 5 - 31050 Ponzano Veneto - TV Tel 0422 440031 Fax 0422 963835].

don Giuseppe Delogu