martedì 25 settembre 2012

Voglia di vivere!

Ho ricevuto il comunicato che segue e lo inserisco volentieri nel mio blog: la nostra società invecchia, aumentano i giovani che cercano lavoro all'estero, i soliti politici non fanno nulla per frenare la chiusura e la delocalizzazione delle aziende... non è possibile continuare così! Occorre un decisivo cambiamento di rotta che può avvenire solo se iniziamo a difendere i più piccoli e indifesi

Venerdì 28 settembre verrà celebrato il "Global Day of Action for Access to Safe and Legal Abortion": si manifesterà pubblicamente, cioè, per chiedere che le norme giuridiche che nel mondo già consentono la soppressione della vita umana innocente quando essa è ancora nel grembo della madre vengano ulteriormente liberalizzate.

L’iniziativa giunge in concomitanza con le nuove direttive tecniche riguardanti l’aborto emanate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che punta al medesimo obiettivo. Il documento, intitolato “Safe abortion:  technical and policy guidance for health systems” (“Aborto sicuro: guida tecnica e politica per il sistema sanitario”) afferma tra le altre cose:

(…) I professionisti sanitari che invocano l’obiezione di coscienza devono avviare la donna ad un altro professionista con buona formazione e disposto a fare l’intervento, lavorando nello stesso centro sanitario o in un altro centro d’accesso facile autorizzato alla pratica secondo la legislazione nazionale. Quando questo avvio non è possibile, il professionista sanitario che ha delle obiezioni sull’aborto deve praticarlo lui stesso per salvare la vita della donna o per evitare danni alla sua salute”.

Di fronte all’invecchiare dei propri militanti, alla mancanza di entusiasmo delle femministe odierne e alla riduzione dei medici che praticano l’aborto, le lobby pro-morte utilizzeranno l’ imposizione dell’aborto “sempre e comunque” per far avanzare la cultura pro morte.

Venerdî 28 settembre si svolgeranno così manifestazioni a favore dell'aborto in più di 30 Paesi del mondo, con il prevedibile vasto e ricco appoggio di stampa, forze politiche, organizzazioni attivistiche.

Si tratterà, cioè, di un'autentica
GIORNATA PER L'ABORTO E CONTRO LA VITA.

martedì 11 settembre 2012

Associazione culturale "Nizza italiana": Atto costitutivo e Statuto

Il 18 luglio 2011 presso l'Agenzia delle Entrate di Napoli è stato depositato l'Atto costitutivo e lo Statuto dell'Associazione culturale "Nizza italiana". Attualmente sono operativi due circoli affiliati all'Associazione: il Circolo "Anna Gnesa" con sede a Pollena Trocchia (Napoli) e il Circolo "Matilde Serao" con sede a Villorba (Treviso).
Qui di seguito presento Atto costitutivo e Statuto.

ASSOCIAZIONE CULTURALE "NIZZA ITALIANA"
(Organizzazione di volontariato ai sensi della Legge 11 agosto 1991, n° 266)



ATTO COSTITUTIVO


L’anno 2011, il giorno 10 del mese di luglio, in Pollena Trocchia (Napoli) alla via
Gioacchino Rossini 56, sono presenti i signori:
- SILVANO Carlo, nato a Cercola (Na) il ../..1966, residente in Villorba
(Treviso;
- LA RANA Agostino, nato a Pompei (Na) il ../.. 1963, residente in Napoli;
- MILANI Sandra, nata a Treviso il ../..1969, residente in Villorba (Treviso);
- CASCONE Aniello, nato a Torre Annunziata (Na) il ../.. 1966, residente a
Villorba (Treviso);
- SILVANO Luigi, nato a Napoli il ../..1977, residente in Pollena Trocchia
(Napoli);
- GIOVANNINI Luigi, nato Villorba (Tv) il ../..1944, residente a Villorba
(Treviso).
I detti signori, riuniti nell’Assemblea dei soci fondatori, costituiscono
l’Associazione culturale denominata "Nizza italiana", qui di seguito
denominata semplicemente “Associazione”, retta dall’allegato Statuto e per tutto
quivi non previsto, dalle leggi vigenti.
L’Assemblea dei soci fondatori elegge Presidente dell’Associazione il dott. Carlo
SILVANO, e come vicepresidente l'avv. Agostino LA RANA.




STATUTO

ART. 1 -

Denominazione

E’ costituita l’Associazione denominata ASSOCIAZIONE CULTURALE "NIZZA ITALIANA", qui di seguito denominata semplicemente “Associazione”.

ART. 2 -
Natura

L’Associazione non ha scopo di lucro, è apartitica, democratica nella sua organizzazione e di durata

illimitata.

ART. 3 -
Sede

1. L’Associazione ha Sede Legale in Pollena Trocchia (Napoli), alla via Rossini 56, presso

l’abitazione del Sig. Luigi SILVANO, e si riserva il diritto di istituire sedi secondarie ovvero

ulteriori domiciliazioni.

2. L’Associazione può operare in tutto il territorio dell’Unione europea.

ART. 4 -
Fini

1. L’Associazione, nel pieno rispetto del Trattato istitutivo dell’Unione europea, della Convenzione

europea sui diritti umani, della Costituzione e delle Leggi della Repubblica Italiana e delle singole

Regioni, persegue fondamentalmente lo scopo di salvaguardare e promuovere l’identità

storicoculturale e linguistica italiana, sviluppando nei confini geografici italiani il sentimento

d’italianità e alimentando i legami socio-culturali dei connazionali all’estero con la madre patria.

2. A tale scopo, le attività dell’Associazione sono finalizzate esclusivamente all’educazione

permanente, alla promozione della cultura, alla partecipazione civile e alla tutela dei diritti civili.

3. Le iniziative dell’Associazione sono le seguenti: a) organizzazione e gestione di seminari,

convegni e gruppi di studio sul concetto di “italianità”; b) incoraggiamento e offerta di patrocinio

morale a pubblicazioni utili a valorizzare la lingua, la cultura, la storia, la vita sociale, il diritto e

l’arte italiana nonché il sentimento religioso nella società italiana; c) elaborazione di proposte alle

Autorità competenti in merito alla salvaguardia e valorizzazione della cultura e della lingua italiana;

d) interlocuzione con le Autorità Pubbliche istituzionalmente e funzionalmente preposte alla

salvaguardia dell’italianità in patria e all’estero; e) diffusione, attraverso i mezzi di comunicazione

di massa, dei valori legati al concetto di italianità; f) la sensibilizzazione su problemi sociali ed

economici, come quelli legati alla detenzione (carceri e istituti penali dei minorenni), ai conflitti nei

luoghi di lavoro, all'usura, alle società segrete, alla lotta alla criminalità, ecc.; g) alla promozione

del dialogo interreligioso e al valore della pace tra i popoli.

ART. 5 –
I Circoli locali

1. In ogni comune – italiano o estero – possono essere istituiti uno o più circoli locali affiliati

all'Associazione.

2. I circoli possono anche essere indicati con altri termini ed espressioni (ad esempio cenacoli

letterari, logge, congreghe, ecc.).

3. Ogni circolo è retto da un presidente di circolo e da un vicepresidente, entrambi eletti

democraticamente, e da altri possibili responsabili eventualmente definiti dal Regolamento

dell'Associazione.

4. L'affiliazione di un circolo all'Associazione dev'essere approvata e deliberata con un apposito

decreto del Presidente.

5. Ogni circolo è libero di avere una propria denominazione, ispirandosi, ad esempio, a figure del

Risorgimento italiano o a scrittori di lingua italiana.

ART. 6 -
Mezzi

1. Le attività dell’Associazione sono attività culturali: come tali esse sono prestate in modo

personale, spontaneo, senza scopo – diretto o indiretto – di lucro ed esclusivamente per scopi

culturali.

2. Nessuna attività dell’Associazione può avere ad oggetto la cessione di beni e/o la prestazione di

servizi.

ART. 7 -
Rapporti tra l’Associazione e i soci

L’attività del socio, inclusa quella svolta nell’adempimento di un mandato elettivo, non può essere

retribuita in alcun modo.

L’Associazione non può intrattenere alcun rapporto di lavoro, subordinato o autonomo, con i propri

soci.

ART. 8 -
Rapporti con i terzi

L’Associazione può collegarsi, convenzionarsi e/o accreditarsi con istituzioni, enti di diritto

pubblico o privato, ordini professionali, associazioni e loro federazioni.

ART. 9 -
I Soci

Membri dell’Associazione sono i soci fondatori, ordinari e onorari.

1. I soci fondatori sono indicati nell’Atto Costitutivo; i soci ordinari sono coloro che aderiscono

all’Associazione; i soci onorari sono coloro che acquisiscono particolari benemerenze verso

l’Associazione.

2. I soci fondatori hanno la facoltà di partecipare, con diritto di voto, al direttivo di ogni singolo

circolo o altro sodalizio affiliato all'Associazione.

ART. 10 -
Acquisto della qualità di socio

1. La qualità di socio può essere acquisita da qualunque persona.

2. Gli aspiranti soci hanno il diritto/dovere di prendere visione del presente Statuto, al fine di poter

conoscere preventivamente la natura, le finalità e l’organizzazione dell’Associazione.

3. L’iscrizione ha validità a tempo indeterminato, salvo quanto disposto dall’articolo seguente,

comma primo.

4. La domanda di adesione deve essere indirizzata al Presidente dell’Associazione è può essere

verbale o scritta.

5. L’iscrizione all’Associazione è gratuita e non è prevista alcuna quota annuale.

ART. 11 -
Perdita della qualità di socio

1. La qualità di socio si perde in uno dei seguenti casi: a) dimissioni; b) espulsione; c) morte.

2. Il socio che intenda dimettersi deve comunicare per iscritto tale decisione al Presidente; le

dimissioni, con o senza motivazione, sono insindacabili e consentono comunque una successiva reiscrizione.

3. L’espulsione si ha nel caso di grave violazione dello Statuto: ricorrendo tale fattispecie, il

Presidente delibera la sospensione immediata del socio e propone all’Assemblea la sua espulsione.

ART. 12 -
Denominazione degli organi

1. Sono Organi dell’Associazione: a) l’Assemblea dei Soci; b) il Presidente; c) i Presidenti di

circolo.

2. Le cariche di Presidente e Presidente di circolo sono elettive e gratuite.

ART. 13 -
L’Assemblea

1. L’Assemblea è l’Organo di indirizzo e di controllo dell’attività associativa.

2. L’Assemblea è composta da tutti i soci e si svolge ogni anno, in via ordinaria, il primo giorno

feriale del mese di febbraio.

3. L’Assemblea è convocata in via straordinaria dal Presidente qualora egli stesso ne ravvisi

l’opportunità.

4. L’Assemblea ha, in particolare, i seguenti poteri: a) delibera e attua il programma annuale; b)

elegge il Presidente; c) nomina, su proposta di almeno tre soci, eventuali soci onorari; d) può

modificare il presente Statuto; e) può deliberare l’adesione dell’Associazione a terzi, ai sensi

dell’Art, 7 del presente Statuto; f) può espellere un socio; g) ratifica o annulla i provvedimenti

adottati dal Presidente per motivi di necessità e urgenza.

ART. 14 -
Svolgimento dell’Assemblea

1. L’Assemblea si intende regolarmente costituita qualunque sia il numero dei soci presenti.

2. Nel caso un socio non possa partecipare ad un’Assemblea, egli può delegare un altro socio; la

delega, che include il diritto di voto, dev’essere scritta, unipersonale e per singola Assemblea.

3. Su invito del Presidente, all’Assemblea possono prendere parte, senza diritto di voto e al solo

scopo di esprimere pareri qualificati, studiosi della cultura, del diritto e della storia italiana.

ART. 15 -
Il Presidente

1. Il Presidente è il legale rappresentante dell’Associazione.

2. Il Presidente è eletto dall’Assemblea; il suo mandato dura cinque anni ed è rinnovabile.

3. Il Presidente: a) convoca e presiede l’Assemblea; b) assume, in caso di necessità e urgenza, i

provvedimenti che ritiene opportuni, sottoponendoli poi all’Assemblea.

ART. 16 -
I Presidenti di circolo

1. I Presidenti di circolo rappresentano i soci del proprio circolo.

2. I Presidenti di circolo sono eletti dai soci del proprio Circolo riuniti in assemblea;.

3. I Presidenti di circolo restano in carica per cinque anni.

ART. 17 -
Bilancio e patrimonio

1. L’Associazione non ha né entrate né spese: di conseguenza il bilancio economico consuntivo,

eccettuati i casi di cui al comma seguente, è sempre pari a zero.

2. Nel caso in cui l’Associazione riceva eventuali donazioni o contributi, sotto qualsiasi forma e da

qualunque soggetto, tali beni entrano a far parte del patrimonio dell’Associazione, con il vincolo di

destinazione alla realizzazione delle attività statutarie ovvero, in caso di scioglimento

dell’Associazione, ad altre organizzazioni di volontariato aventi scopi analoghi.

Il presente Atto Costitutivo e l’allegato Statuto, redatti in forma di scrittura privata autenticata, si

compongono di n. 4 (quattro) folii.

Letto, confermato e sottoscritto dai soci fondatori.

domenica 20 maggio 2012

Libro. Nizza e altri territori italofoni

Qui di seguito propongo la lettura della Nota introduttiva al mio libretto intitolato "Breve storia di Nizza e di altri territori italofoni", Edizioni del noce 2012, pp. 82, isbn: 978 88 87555 91 2.

Nota introduttiva

Questi appunti sono indirizzati a quanti, a vario titolo, sono interessati a conoscere l'italianità della città di Nizza, che, insieme alla sua Contea e alla Savoia, fu ceduta alla Francia come prezzo per ottenerne l'appoggio militare nel cammino dell'unificazione della nostra Penisola. Altri brevi capitoli di questo volume sono invece dedicati alle regioni italiane definite irredente, ovvero quei territori che, pur essendo geograficamente italiani e avendo una storia e un passato culturale che li accomuna, anche per un lungo periodo, alla nostra nazione, rientrano attualmente nei confini politici di altri Stati. In particolare, per regioni irredente si intendono la città di Nizza col suo territorio, la Savoia e la Corsica (Francia), il Canton Ticino e alcune valli dei Grigioni (Svizzera), l'Istria e la Dalmazia (ex Jugoslavia) e l'arcipelago di Malta.
All'estero, e purtroppo anche in Italia, ci sono luoghi comuni e stereotipi che non alimentano il senso della nostra unità nazionale, la quale, in questi ultimi venti anni, è stata anche ferocemente contrastata da partiti e movimenti politici sorti soprattutto nell'Italia settentrionale. L'intraprendenza industriale e le ricchezze morali e culturali del Bel Paese sono inficiate dalla corruzione che dilaga nelle strutture pubbliche a causa di scellerati accordi tra politici, imprenditori e mafiosi, e anche la gerarchia della Chiesa cattolica, in questi ultimi tempi, non appare credibile a larghi strati della popolazione italiana.
In generale, sembra che nel nostro Paese a farla da vincitori siano i soliti furbi, che appartengono ad ogni categoria lavorativa e ad ogni classe sociale. Non meraviglia allora che ogni anno, tra i cinquantamila e i settantamila giovani italiani appena diplomati o laureati abbandonino il nostro Paese in cerca di un'occupazione all'estero, per non essere costretti a ricorrere a raccomandazioni e ad altri aiuti similari, ma, soprattutto, animati dal desiderio di trovare ambienti sociali e culturali che siano autenticamente a misura d'uomo.
In un'Italia che invecchia a causa di un basso tasso di natalità, corrotta da politici accusati di ogni genere di reato, con imprenditori che portano le proprie attività produttive in Paesi dove i lavoratori non hanno diritti, e dove i cattolici - che appartengono alla maggiore religione praticata nel Paese - fanno fatica a seguire quei valori etici e morali che essi stessi indicano ai connazionali, parlare di irredentismo può non solo sembrare anacronistico, ma anche deleterio, perché, secondo il sentire comune, può mettere a repentaglio quell'unità europea e quell'armonia tra i Paesi occidentali che oggi sembrano l'unica ancora di salvezza per uscire dalla crisi economica.
E come si può pensare, poi, di rammentare l'italianità di città come Nizza e Fiume o di regioni come l'Istria e la Corsica, quando tanti italiani si vergognano di essere tali?
E non manca pure chi - a torto o a ragione - sostiene che se certe città e regioni non conoscono, ad esempio, la cementificazione selvaggia e i fenomeni criminosi come la mafia, lo devono proprio alla loro appartenenza politica a Stati che li hanno preservati da questi mali. Non è questa la sede per di-scutere tali aspetti, anche perché “la storia non si fa con i se”, ed è opportuno, invece, precisare cosa si intende per “irredentismo”. Al riguardo, ritengo che la migliore spiegazione sia quella che segue:
«Il termine irredentismo indica l'aspirazione di un popolo a completare la propria unità territoriale nazionale, acquisendo terre soggette al dominio straniero (terre irredente) sulla base di un'identità etnica o di un precedente legame storico. L'irredentismo può essere inteso in un duplice modo: da un lato come il desiderio di alcuni popoli che, vivendo in una terra soggetta all'autorità di un certo Stato, vogliono distaccarsene per entrare a far parte dello Stato del quale sentono la paternità e l'origine, ovvero costituire un proprio Stato nazionale; dall'altro come la motivata pretesa territoriale di uno Stato su una parte del territorio di un altro Stato. Non sempre le dispute territoriali sono in realtà irre-dentiste, ma spesso vengono presentate come tali per conquistare il sostegno internazionale e dell'opinione pubblica. L'espressione "terre irredente", cioè non liberate, fu utilizzata la prima volta dal patriota e uomo politico italiano Matteo Renato Imbriani, nel 1877, ai funerali del padre Paolo Emilio; un giornalista viennese lo definì subito "irredentista" per dileggiarlo. Il termine è stato acquisito nella forma italiana anche da altre lingue»1.

Alla luce di questa definizione, il termine “irredentista” non si identifica con quello, ad esempio, di “guerrafondaio” o “fascista”, così come si vorrebbe in certi ambienti; piuttosto, si può cogliere l'occasione per sostenere che per far sì che la madre patria diventi una sorta di calamita, così da attirare a sé le cosiddette regioni irredente, bisogna impegnarsi affinché la nostra società migliori sotto tutti gli aspetti, e offra a tutti concrete garanzie per una piena crescita morale ed economica.
L'Italia, dunque, anche per gli irredentisti, non si deve costruire attraverso una politica tendente all'annessione di regioni come la Dalmazia o il Canton Ticino, ma attivandosi, invece, affinché dal posto di lavoro, alla famiglia, ai condomini, si realizzino le condizioni per ottenere una buona qualità della vita. Serve a poco o nulla stigmatizzare la francesizzazione forzata che hanno subito i còrsi e i nizzardi, se nei nostri luoghi di lavoro si verificano conflitti tra colleghi e datori sotto forma, ad esempio, di mobbing. Oppure, a cosa serve rimpiangere la perdita dell'Istria e della Dalmazia, se non gradiamo la presenza di ragazzini un po' vivaci al parco-giochi frequentato dai nostri figli? Credo, dunque, che il compito di ogni irredentista non sia solo quello di trascorrere buona parte del proprio tempo a voltare e rivoltare le pagine dei libri di storia, ma sia soprattutto quello di impegnarsi per migliorare la qualità della vita, a partire dal “piccolo” nella propria famiglia, per arrivare, attraverso il luogo di lavoro, “passando” per il quartiere, fino al “grande” delle scelte politiche, sociali ed economiche.
Insomma, con metodi pacifici e tendenti in primo luogo a perfezionare la nostra società, si può essere irredentisti, ovvero persone che, tra i diversi obiettivi che si sono posti, hanno messo per primo quello di migliorare il proprio ambiente di vita, e poi quello di impegnarsi affinché la lingua e la cultura italiana ottengano il posto che meritano nelle regioni storicamente italiane, e che attualmente rientrano nei confini di altri Stati: non è un auspicio illegittimo visto che, giustamente, l'Italia garantisce la tutela della lingua tedesca in Alto Adige e di quella francese in Valle d'Aosta, cioè in territori che sono abitati da etnie e persone che per tradizione usano idiomi diversi da quella italiana.
Sull'uso del termine “irredentismo”, il prof. Giulio Vignoli2 precisa che:

«Il termine “irredentismo” ha un suo significato ben preciso, assunto per quasi un secolo e non è possibile modificarlo in quanto entrato profondamente nell'uso comune di studiosi e no. Bisognerebbe trovare o inventare un termine diverso che interpreti la diversa impostazione data da Carlo Silvano, che condivido appieno»3.

Del resto, la realtà delle cosiddette “terre irredente” è cambiata, e occorre un nuovo approccio che tenga conto dell'attuale situazione che, sempre il prof. Vignoli, sintetizza qui di seguito:

«Desidero che sia ben chiaro che nelle nostre “Terre irredente” io sono stato moltissime volte a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, sempre con mezzi diciamo di fortuna: corriere, trenini, a piedi, sempre parlando con il maggior numero di persone in ogni dove. Parlare di irredentismo come questione attuale è del tutto vano. L'irredentismo è stata una stagione eroica da esaminare solo in sede storica. [...]. Indico ora paese per paese quella che mi sembra la situazione attuale. A Malta esiste una piccolissima minoranza che si ritiene italiana e agogna ricongiungersi con l'Italia. La Gran Bretagna ha distrutto l'italianità dell'isola, nel senso di sentirsi italiana, che esisteva fino all'ultima guerra. Anche se allora c'era una minoranza che non si sentiva italiana. Gli inglesi hanno strumen-talizzato i nostri bombardamenti aerei sull'isola provo-cando un'azione di rigetto che non si è più estinta. Poi l'Italia è un paese da operetta e la Gran Bretagna è grande. […]. Quasi idem per la Corsica con la differenza che fino all'ultima guerra i maltesi si consideravano a grande maggioranza italiani, “Italiani di Malta”. In Corsica si sentiva soprattutto la “corsicità” e anche l'ita-lianità, ma non nel senso irredentistico di unirsi allo Stato italiano unitario, ma come Stato a sé, indipendente. C'è una poesia del Tommaseo che dice pressapoco: “Io vengo qui fratelli còrsi e vi parlo dell'Italia, ma voi siete sordi...”. A parte queste opinioni della maggioranza còrsa è anche giusto ricordare che c'era un gruppo di intellettuali irredentisti perseguitati con la famosa sentenza di Bastia del 1944; sentenza che colpì intel-lettuali come Poli e Giovacchini. Da ricordare anche il partito autonomista di Petru Rocca, che poi si volge all'irredentismo.
Nei Cantoni svizzeri italofoni è certo che gli abitanti si dicono italiani, ma non sentono alcun richiamo irre-dentistico. Anche prima della guerra solo pochi perso-naggi come Rosetta Colombi e Teresina Bontempi por-tavano avanti un discorso irredentistico. Ora questo è estinto. Ma l'importante è che la nostra cultura persista. Un “riattaccamento” alla Repubblica italiana non ha im-portanza, del resto anch'io a volte vorrei essere ticinese o grigioni italiano. Sono stato anche a Bivio, il paesino oltre il Giulia che aveva la italofonia. Ebbene, la Elda Simonett che ha combattuto per anni perché questo status rimanesse, mi diceva: “Io non ho mai sentito il richiamo irredentistico. Perché devo far parte della Repubblica italiana? Io sono italiana, ma voglio rimanere in Svizzera. Del resto a San Marino cosa dicono?”.
Gli unici italiani che ho sentito esprimere opinioni irredentistiche sono quelli rimasti in Venezia Giulia e a Zara. Ma sono poche migliaia in Istria e a Fiume, e poche centinaia in Dalmazia. Visti con sospetto dagli slavi. Fare un'azione irredentistica presso di loro è condannarli all'estinzione ad opera degli slavi. E poi certe pretese territoriali su tutta la Dalmazia sono inaccettabili. Ci soccorre sempre Tommaseo che diceva che la Dalmazia è il lembo d'Italia, cioè solo la zona costiera. Basta andare a pochi chilometri nell'interno di Spalato o di Zara per vedere panorami, cittadine, paesoni che nulla hanno di italiano, di impronta italiana, ma molto dell'interno croato che anch'esso ho visitato. Sono stato fino ad Osijek.
Si tenga presente che certe pretese del fascismo sulla Dalmazia e la scritta portata dai nostri soldati che occuparono la Corsica ("La Corsica è nostra") furono deleterie per la nostra causa.
Naturalmente la Repubblica non si è mai occupata di niente e i suoi degni cittadini al 98% non sanno niente di niente. Mi facevano notare alcuni maltesi che i turisti italiani quando arrivano nella loro isola, parlano subito in inglese e non si accorgono neppure che tutte le televisioni sono accese su programmi italiani...»4.

Prendo spunto dalle pretese del fascismo sulla Dalmazia, ora accennate da Vignoli, per sostenere che il termine “guerrafonaio” non deve appartenere all'identità dell'irredentista che, invece, è chiamato a credere profondamente nel valore della pace e nella necessità di ridurre le spese militari. Perso-nalmente, ad esempio, ho sempre ritenuto un gravissimo errore il dono di cinque motovedette da parte del governo di Silvio Berlusconi a quello del defunto dittatore libico Mu'ammar Gheddafi: imbarcazioni militari offerte per il pattugliamento di un braccio del mar Mediterraneo nel tentativo di arginare il fenomeno dell'immigrazione clandestina, che, con ogni probabilità, hanno solo causato sofferenze e drammi a persone che scappavano da situazioni di guerra. Riguardo ai fenomeni migratori provenienti dall'Africa sono convinto che, se da un lato vi sono uomini, soprattutto tunisini e marocchini, che tentano di venire in Italia col proposito di perseguire fini criminali, dall'altro:

«Ci sono persone che provengono dal centro Africa con tutta quella realtà tipica dei loro Paesi di origine, come guerre, carestie, epidemie e fame. Scappare è la loro unica carta da giocare, perché, piuttosto che una morte certa nel loro villaggio, preferiscono affrontare l'interrogativo che si cela dietro un lungo viaggio: sono consapevoli, ad esempio, che quando attraverseranno il deserto del Sahara, si troveranno a camminare ai lati di una lunga scia di cadaveri umani, cioè di persone - spe-cialmente donne e bambini - che sono morte di stenti»5.

Di fronte alla fuga di queste persone, nessuno può innalzare barriere o, peggio, armare un dittatore per compiere dei crimini: è noto, infatti, che molti africani sono stati uccisi nel deserto o catturati e deportati in campi di prigionia dai soldati libici. E non si può escludere che le motovedette donate dall'Italia alla Libia siano state utilizzate anche per aprire il fuoco contro i barconi carichi di migranti in fuga6, visto che pure un peschereccio italiano è stato mitragliato da una di queste unità navali. Per chi crede nell'irredentismo, affrontare questi argomenti, questi drammi, è importante non solo per una questione di giustizia, ma anche perché non si può parlare delle cosiddette pulizie etniche subite dagli italiani, ad esempio in Istria e Dalmazia, e chiudere gli occhi sulle tragedie che oggi altri popoli sono costretti a subire.
Credo che dalla conoscenza dell'italianità di quelle città, isole e regioni che vengono descritte nelle pagine che seguono, potremo un po' tutti trovare non solo un maggior orgoglio nell'appartenere alla nazione italiana, ma anche un maggior vigore per impegnarci nelle nostre realtà quotidiane in difesa delle persone più deboli.

Per dare il mio contributo allo studio e alla tutela delle regioni irredente, con alcuni amici ho fondato l'Associazione culturale “Nizza italiana”, di cui, in appendice a questo volume, è stato inserito l'Atto costitutivo e lo Statuto, che, tra i suoi fini, annovera appunto la promozione dell’identità storico-culturale e linguistica italiana, sviluppando nei confini geografici italiani il sentimento d’italianità e alimentando i legami socio-culturali dei connazionali all’estero con la madre patria.

CARLO SILVANO

Villorba, marzo 2012

_________________________
Note:

1Tratto da “Wikipedia”.

2Il prof. Giulio Vignoli (Genova, 1938) è stato docente di Diritto internazionale all'Università di Genova e da anni si occupa di minoranze nazionali e lingue minoritarie. Tra le sue numerose pubblicazioni si ricordano: “I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica italiana” (ed. Giuffrè); “Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa” (ed. Giuffrè); “La vicenda italo-montenegrina (ed. Ecig); “Il sovrano sconosciuto. Tomislavo II re di Croazia” (ed. Mursia); “L'olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea” (ed. Settimo sigillo).
Giulio Vignoli vive a Rapallo ed è socio ordinario dell'Associa-zione culturale “Nizza italiana”.

3Giulio Vignoli, “Comunicazione personale” del 18 febbraio 2012.

4Giulio Vignoli, “Comunicazione personale”, cit..

5Pietro Zardo, intervistato da Carlo Silvano, “Condannati a vivere. La quotidianità dei detenuti del carcere di Treviso raccontata dal suo cappellano”, Ogm editore 2009, pp. 15-16.

6Sull'uso che la Libia ha fatto delle motovedette donate dall'Italia, l'ex ministro Roberto Maroni, che partecipò alla cerimonia di consegna delle unità, dovrebbe, a mio avviso, dare tutte le spiegazioni del caso ad un'apposita commissione parlamentare.

mercoledì 16 maggio 2012

LIBRO. Gli italiani in Crimea di Giulio Vignoli

Informo che è stato pubblicato un nuovo libro sugli Italiani di Crimea - curato dal prof. Giulio Vignoli - che si compone di quattro Parti e una Appendice. il libro si intitola "L'olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea" (edizioni Settimo sigillo, euro 13).

Nella prima parte, a firma del diplomatico Silvano Gallon, si fa la storia degli Italiani di Crimea in base ai documenti da lui trovati nell’Archivio del Ministero degli Esteri.

Nella seconda parte, di Giulia Giacchetti Boiko, sono state raccolte ed illustrate 21 nuove testimonianze dell'olocausto subito dagli italiani.

Nella terza parte, di don Edoardo Canetta (professore presso l’Università Eurasiatica di Astanà, capitale del Kazakistan), si parla dei superstiti alla deportazione e allo sterminio, rimasti in Kazakistan.

La quarta parte, del giornalista della RAI TV Tito Manlio Altomare, approfondisce e illustra i documenti da lui rinvenuti nei gulag del Kazakistan.

L’Appendice accenna ai nostri connazionali spostatisi poi in Uzbekistan dopo la deportazione in Kazakistan.
E' un libro di grande interesse, ineludibile per chi vorrà conoscere questa pagina vergognosa del comunismo, ignota e ignorata in Italia.

Il libro, che gode della prefazione di Stefano Mensurati (direttore di Rai uno), sarà presentato Venerdì 18 maggio al Festival della Storia di Gorizia.

Il prof. Giulio Vignoli, già docente all'Università di Genova e autore di numerose pubblicazioni, è iscritto all'Associazione culturale "Nizza italiana".

lunedì 13 febbraio 2012

Egitto, L'islamizzazione forzata delle ragazze copte


Qui di seguito propongo un'interrogazione dell'europarlamentare Andrea Zanoni del 12 ottobre 2011 e riguardante il rapimento di ragazze copte: un dramma che come europei non possiamo ignorare.

Il rapimento e l’islamizzazione forzata perpetrati sistematicamente ai danni di ragazze minorenni copte in Egitto è un fenomeno frequente, pericoloso e in rapido aumento. Il numero di ragazze coinvolte è aumentato dopo la rivoluzione di marzo 2011.
Delle ragazze rapite a partire dagli anni Settanta, solo pochissime sono state restituite alle loro famiglie e nessuno dei rapitori è mai stato assicurato alla giustizia. Queste ragazze sono forzate a contrarre matrimoni fittizi con dei musulmani, violentate, forzate a convertirsi all’Islam e separate per sempre dalle loro famiglie. Le ragazze, alcune appena dodicenni, vengono rapite nelle strade egiziane. Spesso, mentre le ragazze subiscono uno stupro, vengono scattate delle foto poi utilizzate come strumento di ricatto per forzare la loro conversione all’Islam. Nell’ottobre del 2009, Amira, la figlia diciassettenne di Samiria Markos, una madre single di Alessandria, è sparita mentre andava a lavorare presso una fabbrica di plastica. Quando la madre si è presentata alla moschea locale per cercare sua figlia, le è stato detto che, se non avesse taciuto, il suo figlio di nove anni sarebbe stato ucciso. La donna e suo figlio sono quindi fuggiti e di Amira non si è saputo più nulla.
La legge egiziana proibisce la conversione di minorenni ad altre religioni, ma ciò sembra non valere per le ragazze copte. Ogni anno, vengono denunciati centinaia di casi di rapimenti di ragazze minorenni appartenenti a famiglie cristiane; solo pochissime volte è stato possibile restituirle alle loro famiglie e nessuno di quelli accusati del rapimento di ragazze copte è stato mai assicurato alla giustizia egiziana. [...]

domenica 12 febbraio 2012

Nizza: la lampada va tenuta accesa

Lo scorso 25 gennaio si è svolto al Consolato italiano a Nizza un convegno su "La Contea di Nizza alla vigilia dell'Unità d'Italia: società e identità culturali". Il prof. Giulio Vignoli, che ha partecipato alla Giornata di studio in qualità di relatore, mi ha rilasciato la breve intervista che segue.

Prof. Vignoli, secondo Lei, sotto il profilo culturale sono emersi, nel corso di questa giornata studi, dei dati o delle riflessioni importanti?
Sì, sono emersi dati e riflessioni importanti in quanto è la prima volta, a quanto mi risulta, che studiosi italiani abbiano espresso a Nizza opinioni discordanti da quelle delle autorità francesi e da quelle di una schiera di "studiosi" locali. Cioè che a Nizza esisteva una componente culturale italiana, forse maggioritaria. Non hanno fatto però nessuno accenno del perché questa poi si fosse estinta. Molto più seguaci della "vulgata" i relatori francesi presenti.

In generale, questa giornata di studio si è rivelata come un'occasione proficua per i vari studiosi della contea di Nizza?
Non so se i relatori italiani siano riusciti a scalfire i dogmi francesi, e cioè che Nizza e la Contea erano francesi da sempre come lingua e cultura.

Chi ha organizzato questa Giornata di studio e il Consolato italiano che atteggiamento ha assunto nei confronti delle tesi esposte dai vari studiosi?
Gli organizzatori erano associazioni culturali piemontesi, e il Consolato di Nizza ha dato la sua disponibilità. I funzionari del Consolato non sono mai intervenuti, finché non ho parlato io.

A questa giornata di studio, Lei, involontariamente, si è trovato a vivere una spiacevole situazione. Può spiegare cosa è successo?
Nel mio ultra breve intervento, in tutto 9 minuti cronometrati dal funzionario, ho anche accennato alla persecuzione francese nei confronti degli intellettuali nizzardi filo italiani (deportazione, esilio, chiusura dei giornali italiani, delle scuole, ecc.). A questo punto sono stato interrotto con grande villania e allontanato dal microfono. A mio giudizio questo comportamento fu dettato dalla paura del Consolato di "turbare" il clima di sottomissione in auge fra gli studiosi italiani a principiare dalla fine dell'ultima guerra.

In generale, secondo Lei, qual è l'orientamento degli storiografi italiani in merito alla cessione di Nizza del 1860?
In genere gli storici italiani non se ne occupano. A me risultano solo tre nomi: Achille Ragazzoni, Mola di Nomaglio ed io. Mola era presente al convegno e prese la parola dopo di me, ribadendo brevemente quanto avevo detto, come a difendermi. Con me ha espresso solidarietà anche il pubblico. Il mio libercolo è andato a ruba e mi sono state anche promesse recensioni.
Vorrei anche aggiungere che alcuni studiosi italiani hanno un'ottica molto curiosa. Ad esempio Roman Rainero ha scritto varie cose sull'occupazione italiana di Nizza durante l'ultima guerra, e così il suo allievo Cuzzi. Essi osservano giustamente che l'adesione all'Italia da parte delle popolazioni locali durante l'occupazione militare italiana, fu assai poca. Verissimo, ma manca il prologo, non dicono che la Francia dal 1860 al 1940 aveva fatto strame della componente culturale italiana. A voce non negano questo, ma non lo scrivono.

Qual è, in sintesi, la sua opinione su Camillo Benso conte di Cavour?
E' un mio padre spirituale assieme a Mazzini, Vittorio Emanuele II e Garibaldi (il più schietto e quindi il più amato). Ma per Nizza, anche se vi fu costretto, Cavour si comportò malissimo. Tra l'altro affermò in Parlamento che Nizza era di cultura francese, pregiudicando gravemente il futuro. I francesi hanno buon gioco a ricordarcelo.

Lei è iscritto all'Associazione “Nizza italiana” che, tra i suoi fini, intende promuovere l’identità storico-culturale e linguistica italiana, sviluppando nei confini geografici italiani il sentimento d’italianità e alimentando i legami socio-culturali dei connazionali all’estero con la madre patria. Ha senso, oggi, trattare questi argomenti e coltivare il sentimento d'italianità?
Ricordo una bellissima frase di Niccolò Rodolico: "Finché olio arde nella lampada è dovere tenerla accesa". La situazione attuale fa temere per la stessa nazione italiana, ma la storia insegna che molte nazionalità sono risorte. A voi tenere accesa la lampada.
(a cura di Carlo Silvano)

giovedì 2 febbraio 2012

Consolato italiano a Nizza, Lettera a Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,

Le scrivo in merito alla giornata di studio organizzata lo scorso 25 gennaio a Nizza dal nostro consolato su "La Contea di Nizza alla vigilia dell'Unità d'Italia: società e identità culturali".

Mi risulta che a tale importante appuntamento erano presenti relatori italiani e francesi in pari numero.

Tra i relatori anche il prof. Giulio VIGNOLI, docente all'Università di Genova, al quale sono stati concessi 5 minuti per un intervento da svolgere alle ore 14.

Durante il suo intervento il prof. Vignoli, autore di numerose pubblicazioni dedicate agli italiani nel mondo e alla città di Nizza, ha fatto anche un accenno alle persecuzioni da parte delle autorità francesi nei confronti dei nizzardi desiderosi di restare uniti all'Italia; in particolare il prof. Vignoli ha parlato anche di deportazioni, condanne all'esilio di intellettuali italiani, chiusura di giornali e scuole italiane. Tutti fatti che gli storici hanno già documentato. Ebbene, durante questo intervento, un funzionario del nostro Consolato si precipitava per interrompere bruscamente il prof. Vignoli, allontanandogli il microfono con estrema villania. Non so se il Console fosse presente o meno in sala al momento, comunque finora il prof. Vignoli non ha ricevuto scuse.

Le chiedo, Signor Presidente, di verificare quanto accaduto, e di intervenire con la Sua autorevolezza.

Sono spinto a farLe questa richiesta anche perché proprio in questi giorni sto leggendo il Suo libro "Una e indivisibile", e mi sto convincendo ancor più che non si può parlare di Unità d'Italia se non si riconosce l'alto prezzo pagato dai nostri connazionali della contea di Nizza, cosa da Lei anche accennata a pagina 53.

Con i migliori saluti e con la certezza del Suo intervento.

Carlo Silvano