venerdì 30 gennaio 2009

Nel giorno della memoria


LA TRAGEDIA

DEGLI ISTRIANI E DEI DALMATI
RACCONTATA DA CHI L’HA VISSUTA
SULLA PROPRIA PELLE


La prima volta che ho letto qualcosa sull’Istria fu quando, da adolescente, ebbi tra le mani “La quinta stagione” di Fulvio Tomizza: un libro che mi ha dato molto e che, purtroppo, non è stato più ristampato ma - ne sono convinto - andrebbe proposto come lettura soprattutto ai ragazzi dei primi anni delle medie superiori. In seguito, per una tesina da elaborare in quinta superiore, conobbi un gruppo di esuli istriani e dalmati che oltre a darmi una copia del Trattato di Osimo, mi parlarono ampiamente delle loro condizioni di uomini e donne brutalmente cacciati dalla propria regione e del loro esodo.
Nel 2000 fu pubblicato il libro “L’esodo - La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia”, di Arrigo Petacco, il quale ripropone il dramma e la morte di migliaia di italiani vittime della “pulizia etnica” voluta dall’allora regime comunista jugoslavo. I nostri connazionali uccisi dai miliziani di Tito e gettati nelle foibe (1945-1946) sono ancora oggi sepolti nei libri di storia perché bollati come “fascisti” quando, in realtà, la loro unica colpa consisteva nel trovarsi in una terra di confine. Ciò che Petacco ha raccontato nel suo libro è il risultato di una lunga ricerca condotta negli archivi, e della lettura della fitta memorialistica e pubblicistica che narra le vicende giuliane. Vicende e drammi, però, che sono rimasti circoscritti per lo più nell’ambiente degli esuli istriani, giuliani e dalmati: larga parte della società italiana tende ad ignorarli anche per l’oscurantismo esercitato, fino a pochi anni fa, dai dirigenti di quello che fu il Partito Comunista Italiano. C’è dunque un capitolo della nostra storia nazionale da riscrivere, anche per far luce su altre morti come, ad esempio, i partigiani uccisi nella strage di Porzus avvenuta il 7 febbraio del 1945 quando un gruppo di comunisti italiani ammazzò altri partigiani, loro connazionali, perché “bianchi” e colpevoli di voler difendere l’integrità territoriale del loro Paese dalle mire espansionistiche di Tito.
Gli italiani che furono costretti a lasciare la propria terra di origine, nonché ciò che possedevano in termini di case e poderi, furono circa trecentomila, mentre circa un migliaio furono le persone, tra cui donne e bambini, quelle infoibate. Ma che cos’è una “foiba”? Regina Cimmino, che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere un’esule istriana, ha scritto:
«Sono aperture naturali nell’aspro Carso, coperte da poca vegetazione, sono vere trappole con l’apertura ad imbuto rovesciato, profonde e spesso, in quest’Istria così avara d’acqua, sul fondo scorre un fiume».
La Cimmino continua:
«Quanti furono gettati dentro? Donne, bambini, amici, nemici, civili, militari non serviva una colorazione politica, soprattutto bastava essere italiani. Non era solo un salto nel vuoto, dopo aver subito le peggiori torture, venivano legati l’uno all’altro con il fil di ferro spinato, sparavano al primo che con il suo peso avrebbe trascinato ancora vivi i compagni in quella che sarebbe stata la loro tomba, su cui nessuno avrebbe mai pianto. Morire per le fratture, le ferite, dissanguati, per fame: meglio morire subito. Eppure uno riuscì a salvarsi, ai polsi due braccialetti di sangue, cosa nel cuore e nella mente?».
Riflettendo proprio su questi ultimi passi tratti dal libro della signora Regina Cimmino, ho strutturato l’intervista che segue. [...]
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Tratto dal volume "Una memoria per gli emigranti", a cura di Carlo Silvano, Ogm editore 2007, pp. 96, euro 10. A Treviso la distribuzione del volume è seguita dalla TREDIECI Distribuzione, via Fratelli Rosselli 19/5 - 31050 Villorba (Treviso) tel. 0422 440031, fax 0422 963835.

sabato 10 gennaio 2009

Una memoria per gli emigranti

Qui di seguito "incollo" l'introduzione al primo volume della collana "Questioni di identità".

INTRODUZIONE
di Carlo Silvano

I fenomeni migratori sono sempre stati al centro dell’attenzione e della riflessione degli studiosi per le loro molteplici sfaccettature, riguardando i rapporti sociali, l’economia e i cambiamenti geografici. A soffrirne le conseguenze negative sono soprattutto le comunità rurali e di montagna, che vengono profondamente segnate anche nell’identità e nella memoria collettiva. Da una parte, infatti, le migrazioni generano un ulteriore impoverimento delle aree di partenza, che si vedono privare di potenziale forza lavoro soprattutto di età compresa tra i 20 e i 35 anni, dall’altra, tuttavia, esse portano nuova linfa a comunità che, pur avendo una certa prosperità economica, abbisognano di nuove risorse umane.

Anche se l’idea che comunemente si ha dell’emigrante è quella di una persona sola, che possiede solo una “valigia di cartone” e non può offrire che la forza delle proprie braccia, non va sottovalutata la grande potenzialità di valori e stili di vita di cui è portatrice, che possono arricchire la società disposta ad accoglierla, a condizione, però, che l’emigrante stesso abbia una conoscenza della propria identità e memoria della propria storia personale e della comunità di origine. È quello che emerge dalle interviste inserite in questo volume, che si propone di offrire una “memoria” agli emigranti di due comunità, prese a simbolo dell’area geografica italiana. Se è vero, infatti, che tutta la Penisola italiana ha conosciuto il fenomeno dell’emigrazione, si è qui voluto tuttavia sottolineare quello che ha riguardato la comunità trevigiana e quella di Santa Ninfa in Sicilia, attraverso due interviste, rilasciate da don Canuto Toso, sacerdote della diocesi di Treviso, e da mons. Antonio Riboldi. Il primo, che si occupa degli emigranti trevigiani sin dagli anni Sessanta, fa riflettere sul significato della parola “integrazione”, che non significa né “assimilazione”, né “omologazione”, ma, avendo come coordinate la conservazione della propria identità e l’apertura alle novità derivanti da stili di vita diversi dal proprio, si traduce nella volontà di inserirsi nel tessuto della società disposta ad accogliere nuove persone.

La vera “integrazione” è dunque quella di soggetti che, consapevoli della propria identità culturale e religiosa, si sforzano di assimilare tutta la normativa della convivenza civile e politica del Paese ospitante senza, però, divenire come gli “altri”. In questo contesto il concetto di “identità” assume nuovi significati, risiedendo in quei fondamenti antropologici ed etici tipici di ogni singola area del nostro pianeta; un’identità forte non si dissolve nel processo di integrazione che il singolo individuo deve affrontare quando si inserisce in un tessuto sociale diverso dal proprio, anzi si rafforza, pur adottandone le regole di convivenza civile. In questa prospettiva, allora, l’“identità” non è un qualcosa di statico, ancorato a schemi mentali anacronistici, ma è invece un processo di maturazione che si evolve nel tempo e che, alla luce del proprio filone culturale, linguistico e religioso, si alimenta attingendo alle novità che la società accogliente offre, così che anche la “memoria” non sia semplice nostalgia per i tempi e i luoghi passati, ma piuttosto un rendere presente ciò che è sia il singolo individuo che la propria comunità di origine. Dall’intervista a don Canuto Toso emerge anche come, se per tanti trevigiani sparsi per il mondo è stato possibile conservare determinati valori, lo si deve soprattutto al senso della famiglia che essi hanno conservato, e qui mi torna alla mente “Lungo la strada”, un libro di Anna Gnesa, scrittrice del secolo scorso originaria di Brione Verzasca (Canton Ticino), la quale, riferendosi alle famiglie della propria valle, così scriveva:

«A quei tempi molti morivano infanti. I registri parrocchiali sono pieni di decessi di bambini. Anche spose giovinette morivano dissanguate sul saccone di foglie, nel faticoso metterli al mondo. Talora la morte nella stanza fredda aspettava, come la volpe aspetta che la pecora abbia figliato per portarsi via l’agnello. Ma robuste famiglie di dieci, dodici e più figli, con la madre per nulla disfatta dalle ripetute maternità, non erano rare, e formavano la forza dei villaggi se la povertà non le disperdeva nell’emigrazione» (1).

Sono righe che ricordano le analisi sociologiche dello studioso Ulderico Bernardi, profondo conoscitore della società trevigiana, oppure i libri dello scrittore Gian Domenico Mazzocato, che nella propria terra, la provincia di Treviso, ha ambientato i romanzi che lo hanno consacrato come il difensore dei veneti vinti, di quei veneti che hanno conosciuto la pellagra e il colera, la miseria economica e l’analfabetismo. Sono righe, però, che ben si addicono anche ad una comunità – come appunto quella veneta – che non si è mai scoraggiata dinanzi alle avversità della vita e che dalla famiglia ha attinto le energie per lottare affinché si potesse costruire un futuro migliore.

Ed è proprio per la famiglia che gli emigranti italiani, dalle Alpi alla Sicilia, erano disposti a tutto. Ecco, ad esempio, cosa nel suo diario don Olivo Bolzon, con una lunga esperienza di prete operaio nei Paesi di emigrazione, scrive:

«[un] siciliano mi diceva che come tanti altri egli vede la sua famiglia un mese all’anno, fa un figlio e poi torna a lavorare. Questa non è certo la famiglia cristiana e tuttavia la sua intera esistenza è per la famiglia: lavorerà fino al 1975, anno della pensione; andrà avanti sempre così, poi tornerà. Se questa è vita umana! Lo fa senza rimpianti perché non vede niente di meglio, senza coscienza, perché è fatalisticamente rassegnato» (2).

Con mons. Riboldi, poi, che ha svolto il proprio ministero di parroco a Santa Ninfa, per circa diciotto anni, abbiamo potuto conoscere la realtà degli emigranti di questo paese siciliano, che abbandonavano la propria terra per la Svizzera e la Germania, oppure per recarsi oltreoceano, nel Nord America e nel Venezuela. Quando mons. Riboldi ricorda che di fronte a certe ingiustificate discriminazioni subite dai nostri emigranti veniva tutto, da essi, accettato, perché non veniva “subìto come offesa” e perché gli emigranti conservavano il ricordo che il loro paese, la loro chiesa e la loro gente era altrove, e là, essi, spiritualmente vivevano, viene da pensare ad un passo del libro della Gnesa, dove la scrittrice, pur riferendosi ad altre situazioni come alle bellezze naturali e alle povertà economiche della propria valle di origine, sembra mettere sulle labbra e nell’animo di questi emigranti, le frasi che seguono:

«Non credo di essermi molto incantata davanti alle vetrine dei gioiellieri della Bahnhofstrasse. Diamanti: sì, sono belli. Ma io, al mio paese, ho qualcosa di più bello. Fra i crini dei tondi ciuffi di festuca ovina, le gocciole di rugiada sono gocciole di vibrante splendore, innamorate del sole, offerte al sole. Smeraldi: sì, sono belli. Ma al mio paese, tra rocce di granito c’è un’acqua viva, verde glauca turchese, piena di fremiti e di ombre e di luce, e disseta» (3).

Nelle due interviste successive (a Cesare Santi e a Regina Cimmino) si fa invece memoria, anche se a grandi linee, di due comunità che, pur facendo parte dell’area geografica italiana, sono poste sul confine politico tra l’Italia e la Svizzera e tra l’Italia e la ex Jugoslavia: si tratta del Moesano, che comprende la Val Mesolcina e la Val Calanca nel Grigioni italiano, e della comunità italiana in Istria, da dove, alla fine dell’ultima Guerra mondiale, di fronte al massacro etnico perpetrato dai miliziani di Tito, molti italiani furono costretti a fuggire. Non fu dunque un fenomeno migratorio dettato da meri motivi economici, ma un esodo forzato che ha prodotto la frammentazione di una comunità ricca di valori e che oggi, sparsa in varie regioni d’Italia, fatica a mantenere una propria identità.

“A circa sessant'anni dai tragici eventi dell'esodo istriano e dalmata, si deve ritenere – afferma con amarezza la signora Regina Cimmino – che la società italiana non è ancora consapevole di quanto è accaduto realmente. Ciò che si sa lo si deve a quanti avevano parenti, e al riguardo si pensi ai matrimoni fra istriani e persone del Sud o di altre regioni, oppure ai “villaggi giuliani”, costruiti rigorosamente in periferia in quarantasette città italiane per motivi di lavoro. Lo scrittore Arpino, ad esempio, è nato a Pola, perché il padre era un militare; Tito Stagno era a Pola, Raimondo Vianello anche, e tanti altri ma, a quanto sembra, nessuno ne ha mai parlato. Solo recentemente il cantante Gino Paoli ha reso noto che la famiglia della madre è stata sterminata nelle foibe”. Che la società italiana non sia consapevole di quanto successo è, dunque, purtroppo vero, ma è anche vero che da un po’ di anni se ne parla di più, e non solo in famiglia: dopo il crollo dei regimi comunisti, con il conseguente alleggerimento del peso ideologico che da sempre grava sull'Esodo, fino ad arrivare all'istituzione del “Giorno del Ricordo”, si è smesso di considerarlo come una vicenda regionale e non nazionale.

Nell’interessante saggio che la giovane antropologa Michela Nussio ha dedicato alla Val Poschiavo, una piccola valle stretta tra l’Italia e la Svizzera, tra il mondo latino e quello germanico, emerge poi quanto l’identità di una comunità, come appunto quella della Val Poschiavo, venga sentita e valorizzata “in quanto collegata a una determinata cultura, ritenuta diversa da quelle con cui confina. In realtà essa è impregnata di elementi esterni e non può essere definita pura”. La realtà elvetica mi sembra dimostrare come anche comunità profondamente diverse tra loro sotto il profilo linguistico e culturale, siano però in grado - se consapevoli della propria identità e memori del proprio passato - di dar vita ad un’entità statale capace di garantire la pacifica convivenza tra i propri cittadini.

Il volume si chiude con un saggio di Domenico Airoma che esamina alcuni aspetti dell’immigrazione islamica: tutte le realtà, come le società Occidentali, dove è in atto una qualsiasi forma di “mescolanza”, sono infatti chiamate a confrontarsi con un’alta percentuale di immigrati provenienti da Paesi in cui si vivono valori a volte profondamente in contrasto con quelli del Vecchio continente. Come sostiene il magistrato Airoma al riguardo, le Istituzioni statali devono sempre essere in grado di bilanciare le esigenze di integrazione degli immigrati e la necessità di salvaguardare le peculiarità identitarie del Paese ospitante. Scrive Airoma: “Non assistiamo, per così dire, a conflitti che attengono all’assetto dei diritti delle persone, bensì alle stesse condizioni istituzionali, ai fondamenti del consorzio sociale e politico. E ciò perché gli immigrati, soprattutto di fede islamica, hanno portato e portano con sé una visione del mondo che, sulla scorta anche della diffusione delle scuole coraniche fondamentaliste, è in radicale contrasto con quella Occidentale…”. Queste parole di Airoma possono sembrare “forti”: quando si parla di immigrati si corre il pericolo, in un Paese come il nostro che ha avuto una lunga e dolorosa storia di emigrazione, di usare pesi e misure differenti. Si rischia, soprattutto, di valorizzare i nostri emigranti all’estero al di là di ogni oggettiva valutazione, e di criminalizzare anche interi gruppi etnici stabilitisi tra noi a causa di efferati delitti compiuti da singoli individui. In realtà, le preoccupazioni espresse da Airoma nascono dalla necessità di tutelare i cittadini davanti alla Legge che è uguale per tutti, affinché non accada più ciò che si è verificato in Germania, dove un magistrato donna, facendo esplicito riferimento al contesto identitario-religioso di due coniugi musulmani, ha rigettato la richiesta di divorzio da parte della moglie che subiva i maltrattamenti del marito.

Agli emigranti, dunque, non si chiede né di rinunciare alla propria religione né alle proprie usanze e costumi come, ad esempio, in tema di alimentazione e abbigliamento, ma per una pacifica convivenza è necessario che quanti lasciano la propria terra per stabilirsi in un’altra siano poi disposti ad osservarne le leggi e le norme.
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Note

1 A. GNESA, “Lungo la strada”, Dadò editore, Locarno 2002, p. 71.

2 Il diario di don Olivo Bolzon sarà presto pubblicato in questa collana editoriale.

3 A. GNESA, op. cit., p. 91.