lunedì 13 febbraio 2012

Egitto, L'islamizzazione forzata delle ragazze copte


Qui di seguito propongo un'interrogazione dell'europarlamentare Andrea Zanoni del 12 ottobre 2011 e riguardante il rapimento di ragazze copte: un dramma che come europei non possiamo ignorare.

Il rapimento e l’islamizzazione forzata perpetrati sistematicamente ai danni di ragazze minorenni copte in Egitto è un fenomeno frequente, pericoloso e in rapido aumento. Il numero di ragazze coinvolte è aumentato dopo la rivoluzione di marzo 2011.
Delle ragazze rapite a partire dagli anni Settanta, solo pochissime sono state restituite alle loro famiglie e nessuno dei rapitori è mai stato assicurato alla giustizia. Queste ragazze sono forzate a contrarre matrimoni fittizi con dei musulmani, violentate, forzate a convertirsi all’Islam e separate per sempre dalle loro famiglie. Le ragazze, alcune appena dodicenni, vengono rapite nelle strade egiziane. Spesso, mentre le ragazze subiscono uno stupro, vengono scattate delle foto poi utilizzate come strumento di ricatto per forzare la loro conversione all’Islam. Nell’ottobre del 2009, Amira, la figlia diciassettenne di Samiria Markos, una madre single di Alessandria, è sparita mentre andava a lavorare presso una fabbrica di plastica. Quando la madre si è presentata alla moschea locale per cercare sua figlia, le è stato detto che, se non avesse taciuto, il suo figlio di nove anni sarebbe stato ucciso. La donna e suo figlio sono quindi fuggiti e di Amira non si è saputo più nulla.
La legge egiziana proibisce la conversione di minorenni ad altre religioni, ma ciò sembra non valere per le ragazze copte. Ogni anno, vengono denunciati centinaia di casi di rapimenti di ragazze minorenni appartenenti a famiglie cristiane; solo pochissime volte è stato possibile restituirle alle loro famiglie e nessuno di quelli accusati del rapimento di ragazze copte è stato mai assicurato alla giustizia egiziana. [...]

domenica 12 febbraio 2012

Nizza: la lampada va tenuta accesa

Lo scorso 25 gennaio si è svolto al Consolato italiano a Nizza un convegno su "La Contea di Nizza alla vigilia dell'Unità d'Italia: società e identità culturali". Il prof. Giulio Vignoli, che ha partecipato alla Giornata di studio in qualità di relatore, mi ha rilasciato la breve intervista che segue.

Prof. Vignoli, secondo Lei, sotto il profilo culturale sono emersi, nel corso di questa giornata studi, dei dati o delle riflessioni importanti?
Sì, sono emersi dati e riflessioni importanti in quanto è la prima volta, a quanto mi risulta, che studiosi italiani abbiano espresso a Nizza opinioni discordanti da quelle delle autorità francesi e da quelle di una schiera di "studiosi" locali. Cioè che a Nizza esisteva una componente culturale italiana, forse maggioritaria. Non hanno fatto però nessuno accenno del perché questa poi si fosse estinta. Molto più seguaci della "vulgata" i relatori francesi presenti.

In generale, questa giornata di studio si è rivelata come un'occasione proficua per i vari studiosi della contea di Nizza?
Non so se i relatori italiani siano riusciti a scalfire i dogmi francesi, e cioè che Nizza e la Contea erano francesi da sempre come lingua e cultura.

Chi ha organizzato questa Giornata di studio e il Consolato italiano che atteggiamento ha assunto nei confronti delle tesi esposte dai vari studiosi?
Gli organizzatori erano associazioni culturali piemontesi, e il Consolato di Nizza ha dato la sua disponibilità. I funzionari del Consolato non sono mai intervenuti, finché non ho parlato io.

A questa giornata di studio, Lei, involontariamente, si è trovato a vivere una spiacevole situazione. Può spiegare cosa è successo?
Nel mio ultra breve intervento, in tutto 9 minuti cronometrati dal funzionario, ho anche accennato alla persecuzione francese nei confronti degli intellettuali nizzardi filo italiani (deportazione, esilio, chiusura dei giornali italiani, delle scuole, ecc.). A questo punto sono stato interrotto con grande villania e allontanato dal microfono. A mio giudizio questo comportamento fu dettato dalla paura del Consolato di "turbare" il clima di sottomissione in auge fra gli studiosi italiani a principiare dalla fine dell'ultima guerra.

In generale, secondo Lei, qual è l'orientamento degli storiografi italiani in merito alla cessione di Nizza del 1860?
In genere gli storici italiani non se ne occupano. A me risultano solo tre nomi: Achille Ragazzoni, Mola di Nomaglio ed io. Mola era presente al convegno e prese la parola dopo di me, ribadendo brevemente quanto avevo detto, come a difendermi. Con me ha espresso solidarietà anche il pubblico. Il mio libercolo è andato a ruba e mi sono state anche promesse recensioni.
Vorrei anche aggiungere che alcuni studiosi italiani hanno un'ottica molto curiosa. Ad esempio Roman Rainero ha scritto varie cose sull'occupazione italiana di Nizza durante l'ultima guerra, e così il suo allievo Cuzzi. Essi osservano giustamente che l'adesione all'Italia da parte delle popolazioni locali durante l'occupazione militare italiana, fu assai poca. Verissimo, ma manca il prologo, non dicono che la Francia dal 1860 al 1940 aveva fatto strame della componente culturale italiana. A voce non negano questo, ma non lo scrivono.

Qual è, in sintesi, la sua opinione su Camillo Benso conte di Cavour?
E' un mio padre spirituale assieme a Mazzini, Vittorio Emanuele II e Garibaldi (il più schietto e quindi il più amato). Ma per Nizza, anche se vi fu costretto, Cavour si comportò malissimo. Tra l'altro affermò in Parlamento che Nizza era di cultura francese, pregiudicando gravemente il futuro. I francesi hanno buon gioco a ricordarcelo.

Lei è iscritto all'Associazione “Nizza italiana” che, tra i suoi fini, intende promuovere l’identità storico-culturale e linguistica italiana, sviluppando nei confini geografici italiani il sentimento d’italianità e alimentando i legami socio-culturali dei connazionali all’estero con la madre patria. Ha senso, oggi, trattare questi argomenti e coltivare il sentimento d'italianità?
Ricordo una bellissima frase di Niccolò Rodolico: "Finché olio arde nella lampada è dovere tenerla accesa". La situazione attuale fa temere per la stessa nazione italiana, ma la storia insegna che molte nazionalità sono risorte. A voi tenere accesa la lampada.
(a cura di Carlo Silvano)

giovedì 2 febbraio 2012

Consolato italiano a Nizza, Lettera a Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,

Le scrivo in merito alla giornata di studio organizzata lo scorso 25 gennaio a Nizza dal nostro consolato su "La Contea di Nizza alla vigilia dell'Unità d'Italia: società e identità culturali".

Mi risulta che a tale importante appuntamento erano presenti relatori italiani e francesi in pari numero.

Tra i relatori anche il prof. Giulio VIGNOLI, docente all'Università di Genova, al quale sono stati concessi 5 minuti per un intervento da svolgere alle ore 14.

Durante il suo intervento il prof. Vignoli, autore di numerose pubblicazioni dedicate agli italiani nel mondo e alla città di Nizza, ha fatto anche un accenno alle persecuzioni da parte delle autorità francesi nei confronti dei nizzardi desiderosi di restare uniti all'Italia; in particolare il prof. Vignoli ha parlato anche di deportazioni, condanne all'esilio di intellettuali italiani, chiusura di giornali e scuole italiane. Tutti fatti che gli storici hanno già documentato. Ebbene, durante questo intervento, un funzionario del nostro Consolato si precipitava per interrompere bruscamente il prof. Vignoli, allontanandogli il microfono con estrema villania. Non so se il Console fosse presente o meno in sala al momento, comunque finora il prof. Vignoli non ha ricevuto scuse.

Le chiedo, Signor Presidente, di verificare quanto accaduto, e di intervenire con la Sua autorevolezza.

Sono spinto a farLe questa richiesta anche perché proprio in questi giorni sto leggendo il Suo libro "Una e indivisibile", e mi sto convincendo ancor più che non si può parlare di Unità d'Italia se non si riconosce l'alto prezzo pagato dai nostri connazionali della contea di Nizza, cosa da Lei anche accennata a pagina 53.

Con i migliori saluti e con la certezza del Suo intervento.

Carlo Silvano