giovedì 24 settembre 2009

Incontro sull'infibulazione

Venerdì 9 ottobre 2009, alle ore 20.45, presso i locali della parrocchia di SantAndrà di Povegliano (Treviso), in via Chiesa 1, si svolgerà un incontro sul tema dell'Infibulazione.

Interverranno:

dott. Vincenzo ALOISI, ginecologo
dott. Massimo VALLI, operatore pastorale
dott. Giovanni BORSATO, presidente associazione Trevisani nel mondo - sezione di Villorba

L'incontro è aperto a tutti.

sabato 22 agosto 2009

Miserere mei, il libro di Giorgio Tognola

In questo blog mi fa piacere ospitare un libro della casa editrice elvetica "L'Ulivo", a firma di Giorgio Tognola, e dedicato alla Mesolcina e alla Val Calanca, due realtà del Grigioni che ho trattato nel volume "Una memoria per gli emigranti" inserito nella collana Questioni di identità.




Per più di trent’anni è stato insegnante e da dieci anni è pensionato; il suo tempo lo trascorre occupandosi dei familiari - sparsi tra il Ticino, Ginevra e l'Africa -, del giardino, dell’orto e non mancano passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi. Trova un po’ di spazio anche per curiosare nelle biblioteche e negli archivi della Svizzera di lingua italiana. Stiamo parlando di Giorgio Tognola, originario di Grono, che recentemente con le Edizioni l'Ulivo ha pubblicato il volume “Miserere mei”, dove ha raccolto quattro racconti ambientati nei secoli scorsi in Val Calanca e nella Mesolcina, e ha come protagonisti ufficiali, umili donne condannate come streghe, contadini e religiosi.

Prof. Tognola, perché questo titolo al suo libro?
Si tratta del titolo del primo racconto inserito nel volume e che, in un certo senso, ho “rubato” al grande poeta milanese Carlo Porta.

In che periodo ha scritto i racconti inseriti nel volume?
I quattro racconti del libro sono stati pensati per tanti anni, poi, una volta cessata la mia attività di insegnante, ho trovato il tempo di scriverli e di presentarli a un ristretto gruppo di amici.

Nei suoi racconti c'è un misto di verità attinta dalle sue ricerche archivistiche e fantasia. Perché questa formula?
Pensando ai miei potenziali lettori ho voluto rendere lo scarno documento da me consultato un po’ più appetibile ricamandogli attorno qualche cosetta in più.

Quali documenti ha consultato?
Tanti! Ad esempio ho avuto modo di studiare il verbale di un interrogatorio di una presunta strega trovato nell’angusto archivio di Roveredo (Grigioni italiano), il malridotto quinternetto del medico di Soazza ora custodito nell’“Archivio a Marca” di Mesocco, il “liber defunctorum” tenuto dai cappuccini di Santa Maria di Calanca, il verbale del viceprefetto dei cappuccini di Mesolcina e Calanca che si trova nell’Archivio dei cappuccini della Salita dei frati di Lugano, il testamento che un’anziana signora mi ha permesso di fotocopiare, il testamento di Antonio Gioiero pubblicato sui Quaderni Grigionitaliani. Tutti questi documenti mi hanno suggerito le storie. Quale insegnante riuscivo ad accalappiare - purtroppo non sempre - l’attenzione degli allievi con i bei racconti della storica Eileen Power (1899-1940), ed è proprio grazie alla storica inglese che riuscivo ad introdurre e sviluppare i temi non sempre facili che il programma di storia prevedeva nei quattro anni di scuola media. I miei quattro racconti sono cresciuti anche pensando a “Vita nel Medioevo” (Einaudi, 1966), “C’eravamo anche noi” (Bovolenta, 1981), “Ragazzi nella storia” (Bovolenta, 1982) e tre libri di Eileen Power.

Nel primo racconto descrive la vita in montagna e i processi per stregoneria. Su quest'ultimo aspetto, e in qualità di storico, quali sono le sue considerazioni?
La miseria costante, l’insicurezza, l’essere in balia delle forze della natura, la fragilità e la paura legate al mondo della montagna, l’ignoranza, le allucinazioni possono spiegare solo parzialmente quel fenomeno assai complesso che conosciamo come “caccia alle streghe”. Queste spiegazioni sono però insufficienti, in quanto la persecuzione delle streghe fu soprattutto un atto di intolleranza sociale; essa è coincisa con momenti di paura (eresia luterana, peste, guerre, e altro ancora) in cui gli uomini vedono venir meno il loro potere, gli uomini non pensano più con lucidità, si rifugiano su posizioni immutabili, sui pregiudizi. In tempi sereni ci si può concedere il lusso dello scetticismo, ma quando infuria le tempesta gli uomini si rifugiano nel conservatorismo, nell’ortodossia. Queste sono un po’ le mie considerazioni a proposito del fenomeno della stregoneria.

Nel racconto "Historia di un franco valligiano in rozza casacca", dedicato al colonnello e cavaliere pontificio Giovanni Antonio Gioiero, originario della Val Calanca, qual è il confine tra la realtà e la fantasia?
Per la storia di Antonio Gioiero mi sono basato sul libretto del canonico Simonet, pubblicato a Roveredo nel 1926, sul testamento del cavaliere, sulle annotazioni del genero del Gioiero a Marca. Mancavano documenti (e non poteva essere altro) sull’infanzia, l’adolescenza, gli studi, l’inizio della sua carriera militare, sugli amori proibiti e sui suoi due figli naturali. L’incontro con il sacerdote Nicolò Rusca è pure frutto della mia fantasia, anche se alcuni storici ipotizzano una presenza del Gioiero nel Collegio elvetico di Milano. La morte causata dal veleno è documentata, non si conosce invece colui o coloro che l’hanno somministrato.

La Mesolcina e la Val Calanca viste da uno storico e scrittore. Cosa rimpiange dei tempi andati e cosa cambierebbe, invece, della vita di tutti i giorni?
Non sono né storico, né scrittore e del passato non rimpiango niente (la gioventù che non c’è più, quella sì). Sul territorio che ho conosciuto in gioventù il bosco, la foresta, l’incolto stanno riconquistando campi, prati, pascoli, nuclei di cascine; nei villaggi la memoria del passato, del genere di vita caratterizzato dalle fatiche delle donne, dall’emigrazione dei maschi è un tenue ricordo di pochi. Forse per meglio apprezzare quanto si ha in questo secolo un po’ di memoria del passato non guasterebbe.

In alcuni incisi lei ha usato delle espressioni dialettali. Quale futuro vede per il dialetto della bassa Mesolcina?
Nel primo racconto ho usato anche il dialetto. Me lo ha suggerito la scrittrice Laura Pariani di “Il paese delle vocali” e di “La signora dei porci”. L’ho usato perché mi sembrava la lingua più adatta nella bocca di contadini, di alpigiani di allora. Il dialetto usato ora mi sembra un po’ una moda destinata a soccombere di fronte all’incalzare del mondo globale. Il dialetto era sì la lingua della madre, dei sentimenti, del calendario dettato dalla Chiesa, ma era principalmente la lingua del lavoro indissolubilmente legata al territorio, al lavoro dei contadini, degli alpigiani, dei boscaioli, attività che nella maniera descritta dai racconti non esistono più.

Per promuovere e tutelare la cultura locale è molto importante il ruolo svolto dalle case editrici. Alla luce di questa sua esperienza come autore di un libro, come giudica il panorama editoriale nella Svizzera di lingua italiana? Cioè, soprattutto per i giovani autori mesolcinesi, ci sono, dal suo punto di vista, concrete possibilità per scrivere, pubblicare, promuovere e diffondere libri?
Non posso esprimermi sul ruolo delle case editrici nella Svizzera italiana, non lo conosco. Avevo letto i miei quattro racconti ad alcuni amici, i quali mi hanno consigliato di proporli ad un editore; l’ho fatto e la prima casa editrice interpellata me li ha pubblicati.

Ultima domanda: un buon motivo per proporre la lettura dei suoi racconti.
Ad alcuni sono piaciuti! Provate anche voi a leggerli.
[a cura di Carlo Silvano]

Giorgio Tognola, “Miserere mei - Pagine di vita mesolcinese e calanchina tra stregoneria, religione, politica e emigrazione dal 1500 al 1700”, edito dalle Edizioni Ulivo di Balerna nella collana "I randagi", pp. 123, CHF 25, Euro 17.
Il prof. Tognola è anche autore di un libriccino (dedicato al comune in cui vive da oltre trent’anni) intitolato “Momenti di storia di Bedano” (2003); attualmente sta preparando un percorso storico del villaggio calanchino di Rossa. Per altre info consultare il sito http://www.ilmoesano.ch/dove è inserita una recensione del libro a firma di Cesare Santi.

mercoledì 3 giugno 2009

Germania e Scandinavia: le Missioni Cattoliche Italiane

Occorrono nuovi sacerdoti per gli italiani residenti in Germania e nella penisola Scandinava. A lanciare l'appello è don Pio Visentin, editore del giornale "Il Corriere d'Italia" (http://www.corritalia.de/) e da tempo missionario in Germania. A don Visentin abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio il ruolo che svolgono le Missioni cattoliche italiane in Germania.
Allo stato attuale quanti sacerdoti occorrono per soddisfare le necessità delle Missioni cattoliche italiane presenti in Germania e nella Scandinavia?
Attualmente siamo in difficoltà per cinque comunità italiane in Germania e una in Svezia. In particolare, la comunità di Francoforte, chiede la presenza di almeno due sacerdoti, trattandosi in realtà di due comunità in città e una nelle vicinanze.
I nostri preti seguono le comunità italiane solo sotto l'aspetto spirituale o sono impegnati anche sotto il profilo sociale e culturale?
Intendiamoci, sempre è stato prevalente l'impegno per un accompagnamento spirituale, anche negli anni '60 e '70, il tempo della prima emigrazione. Anche se allora soprattutto la Missione era un po' tutto: luogo di incontro degli italiani, ufficio per il disbrigo di pratiche civili, riferimento per problemi sociali. Se allora però il missionario era un "tuttofare" prezioso e indispensabile, a motivo dell'insufficienza del servizio degli Enti di assistenza e dei Patronati, oggi è più libero e attento per garantire un accompagnamento spirituale e sostenere le comunità in un cammino di fede.
Le nuove generazioni di italiani che vivono e lavorano in Germania, sono interessati alle attività delle Missioni cattoliche?
Può sembrare strano, eppure per molti giovani resta di fatto più "appetibile" la comunità italiana di quella tedesca. Un dato significativo: bambini che hanno fatto la Prima Comunione con la parrocchia tedesca, ce li ritroviamo qualche anno doppo a fare la preparazione alla Cresima con la Missione. L'"integrazione" - termine sospetto, ma lo usiamo per intenderci - non è definita dalla conoscenza della lingua locale. O, se vogliamo, i tempi dell'integrazione linguistica, non sono gli stessi di quella culturale. Ed èproprio questa constatazione, che noi stessi abbiamo fatto a posteriori, a giustificare e rendere ancora necessaria la nostra azione pastorale oggi, pur in presenza della terza generazione di Italiani.
Secondo lei, oltre alla fede cattolica, quali sono i collanti che tengono uniti gli italiani all'estero?
L'italianitá, che è un complesso di tradizioni, sensibiltà, orgoglio di essere diversi, o meglio, quello che siamo. Nessuna altra manifestazione religiosa della città di Stoccarda porta tanta gente a riversarsi sulla strade quanta ne portano gli italiani con la Passione vivente del Venerdì santo!
Quale futuro vede per le Missioni cattoliche in Germania e in Scandinavia?
L'esperienza nostra di emigrazione ci induce ad una certa prudenza nel fare pronostici. E' vero, mancano i sacerdoti. Il fenomeno investe tutta laChiesa, soprattutto in questi Paesi del Nord Europa. Eppure, a fronte di questa situazione, che non dice una Chiesa in ritirata, constatiamo l'emergere, e proprio nelle nostre Comunità italiane in Germania e Scandinavia, un laicato cristiano adulto e corresponsabile nell'annuncio della novitá cristiana. Non escludo che possano "sopravvivere" a lungo, visto che sono porzioni di Chiesa viva, non intenzionate a perdere una loro identità, ma a fare Chiesa con una Chiesa, che vuole essere sempre più"cattolica". [a cura di Carlo Silvano]
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Si consiglia la lettura dell'articolo nel sito:

mercoledì 20 maggio 2009

Vivere in Francia per riscoprirsi italiano

Originario di Cortona, in provincia di Arezzo, l'ing. Andrea Di Muzio si è trasferito in Francia circa 9 anni fa. La sua storia – e quella della famiglia che ha creato poco oltre il confine con l'Italia – è molto simile a quella di tanti giovani italiani che, dopo la laurea, cercano all'estero migliori condizioni di vita. “Attualmente – racconta Andrea – lavoro in un'azienda che produce prodotti informatici. I miei familiari, come quelli di mia moglie, vivono ancora in Italia ed in Italia abbiamo lasciato alcuni dei nostri affetti più cari. I legami sono stretti, non tanto con la comunità come insieme, quanto con alcune persone e alcune tradizioni. Per fortuna essere emigranti oggi è profondamente diverso rispetto a cinquant'anni fa: le distanze si sono molto accorciate e la tecnologia ci viene in aiuto per mantenere rapporti quotidiani con famiglia e amici. In più ho scelto di vivere a una manciata di chilometri dal confine: l'Italia così - seppur non quella delle mie origini - è a meno di un'ora di macchina.

Andrea, puoi parlarmi della tua scelta di vivere e lavorare in Francia?
La nostra - mia e della mia compagna - è iniziata come un'avventura che sarebbe dovuta durare un annetto. Prima ancora di finire gli studi universitari ho ricevuto un'offerta per lavorare in Francia, e in mezza giornata abbiamo deciso di provare a vedere cosa voleva dire vivere all'estero. Mai avremmo pensato che questa si sarebbe poi trasformata in una situazione definitiva.

E oggi?
Oggi confermiamo quella scelta ogni giorno, per diversi motivi: vivere all'estero ci mette in una posizione doppiamente particolare, in Francia siamo “gli italiani”, in Italia siamo “i francesi”... può sembrare infantile ma è bello sentirsi sempre “speciali”; vivere entrambe le culture ti permette di giudicare gli aspetti dell'una e dell'altra molto più obbiettivamente e con maggior cognizione di causa; ultimamente l'Italia sta attraversando un periodo poco felice e le differenze con la Francia si acutizzano di giorno in giorno sia sulla qualità della vita che su quella delle infrastrutture.

Sotto il profilo lavorativo...
Il paragone con il nostro Paese non può essere nemmeno fatto: nella mia professione l'Italia offre pochissime possibilità di crescita e di gratificazione. Ho anche la fortuna di lavorare in un gruppo multi culturale che mi permette, ogni giorno, di imparare cose nuove sia dal punto di vista professionale che umano.

Parliamo di "integrazione". Per te cosa vuol dire?
Non credo di riuscire a dare una definizione vera e propria. Potrei usare la tecnica del flusso di pensiero per cercare di fartelo capire: studio, fatica, adattamento, scoperta, soddisfazione, diversità... mi fermo qui perché rischierei di sfociare nell'incomprensibile.Cercando di riassumere, l'integrazione è ciò che rende uno straniero parte viva di una società: è un processo lungo e laborioso - a mio avviso infinito - che ti riporta bambino, costretto a reimparare come camminare, come parlare, come comportarti. Nel mio caso “integrazione” vuole principalmente dire imparare una lingua nuova, imparare nuove tradizioni, nuove leggi e nuove istituzioni: una scoperta continua che ti permette e costringe ogni giorno ad imparare qualcosa di nuovo. Ma in fin dei conti la base culturale dei miei due mondi non è poi tanto diversa. Non tutto, comunque, è sempre stimolante e positivo: in tanti momenti “integrazione” vuol dire sentirsi straniero a casa tua, sentirsi “diverso” in senso brutto, quasi discriminato. Ma ritengo obbligo per ogni emigrante quello di fare il massimo sforzo possibile per raggiungere un buon livello di integrazione, come è obbligo civile e morale di ogni abitante di una comunità aiutare uno straniero in questo suo percorso, come un maestro aiuta un alunno in difficoltà.

Come italiano che vive all'estero, quali sono le tue considerazioni sul dibattito politico e culturale che in Italia è sorto attorno alle problematiche dei clandestini?
Credo siano tanto squallide quanto inevitabili. L'Italia sta vivendo negli ultimi anni quello che la Francia ha vissuto intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso. E a mio avviso né la classe politica né la popolazione sono preparati, proprio come la Francia non lo era a suo tempo. Essere un emigrante permette anche qui di avere una visione preferenziale sul fenomeno, capendo sia le ragioni di una parte che dell'altra. E' importante accogliere chi viene a portare ricchezza al nostro Paese - sia come forza lavoro che come cultura -, ma allo stesso tempo si deve garantire, e pretendere, l'integrazione, specialmente per quello che riguarda il rispetto della legge e dei costumi. Da quello che posso vedere ogni volta che rientro in Italia, il nostro Paese è ormai de facto una società multi etnica; questo aspetto lo vedo come un valore, un potenziale, e non come una minaccia, purché lo Stato - inteso come istituzioni e popolo - riesca a fornire le basi per trasformare questo valore da potenziale in attuale.

Vivendo in Francia c'è un valore o una caratteristica del tuo essere italiano che hai "riscoperto"?
Tantissime. Non ho mai sentito dentro di me tanto forte l'orgoglio della mia nazionalità quanto adesso. La cultura, il cibo, la capacità di adattamento e di trarre sempre il massimo da ogni situazione.

Nella città dove risiedi hai modo di frequentare altri italiani?
Sì. Non so se si tratta di un caso e di un qualche legame misterioso, ma mi sono ritrovato a stringere amicizia con molti italiani residenti nella mia stessa zona. Probabilmente perché questa condizione di emigranti ci accomuna, o forse perché sono le tradizioni e i costumi che ci rendono più facile il dialogo, ma non in maniera ghettizzante: mi ritrovo spesso a condividere cene con tavolate di amici in cui si parlano 3-4 lingue diverse, e si cambia lingua in base alla persona con cui si interagisce.

Il tuo scrittore italiano preferito?
E' una domanda estremamente difficile, e sono sicuro che una volta data la risposta me ne pentirò infinite volte volendola sostituire con altrettanti nomi diversi. Ma l'impulso mi porta a dire Luigi Pirandello: mi ritrovo in perfetto accordo con la sua visione dell'uomo e della società; credo che pochi siano riusciti a descrivere così lucidamente i processi che regolano il modo che abbiamo di interagire tra uomini. Voglio però affiancare un altro nome, anche se in molti storceranno il naso, quello di Fabrizio De André...

Perché?
Anche se i suoi testi erano destinati ad essere musicati, lo considero uno dei poeti migliori del secolo scorso. [a cura di Carlo Silvano]
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L'ing. Andrea Di Muzio cura il seguente sito internet:

mercoledì 29 aprile 2009

Incontro a Villorba

Martedì 28 aprile, alle ore 15.00,
presso i locali della Biblioteca comunale di Villorba,
si è svolta la presentazione del volume:

"UNA MEMORIA PER GLI EMIGRANTI"
video

La manifestazione è stata promossa dall'Associazione Trevisani nel Mondo
(sezione di Villorba) e dall'Associazione Auser (sezione di Villorba).

Dopo il saluto di Matilde Castelnuovo (presidente Auser - Villorba)
e di Giovanni Borsato (presidente Trevisani nel Mondo - Villorba)
sono intervenuti il curatore del volume, Carlo Silvano,
e don Canuto Toso (fondatore dei Trevisani nel Mondo).


Tra il pubblico era presente il giornalista Antonio Figo (La Tribuna, di Treviso)
e un giornalista dell'emittente televisiva EDEN TV.

giovedì 16 aprile 2009


L'Associazione Trevisani nel Mondo
(sezione di Villorba)
e
l'Associazione Auser
(sezione di Villorba)



hanno promosso un incontro culturale

per Martedì 28 aprile 2009
alle ore 15.00
presso la sede della Biblioteca comunale
di Villorba in via Centa 90


Canuto TOSO
presenterà il libro
“Una memoria per gli emigranti”

(volume della collana editoriale “Questioni di identità”)

per raccontare la storia
della fondazione e della crescita
dell'Associazione trevisani nel Mondo


Interverranno:

Matilde Castelnuovo
presidente Auser - Villorba

Giovanni Borsato
presidente Trevisani nel Mondo - Villorba

Carlo Silvano
curatore della collana editoriale
“Questioni di identità” della Ogm editore

sabato 11 aprile 2009

Don Guido Santalucia presenta "Memoria di realtà intraviste"


Lo scorso 2 aprile a Camposampiero, in provincia di Padova, don Guido Santalucia ha presentato il volume "Memoria di realtà intraviste" (Ogm editore 2008). Propongo, qui di seguit, un breve resoconto firmato da Marisa Restello.

Se già il titolo propone una dinamica tra ciò che già è stato e ciò che all’orizzonte appena si intravede, don Guido Santalucia, un giovane prete quasi novantenne, nel parlare del libro ne aggiunge un’altra: tra la generazione prima del Concilio e quella dopo.
Il preside Armando Fiscon aveva ricordato all’inizio che la collana “Questioni di identità” cui il libro appartiene, si propone di indagare la realtà dei nostri giorni facendola emergere dalla voce dei protagonisti nella ricchezza delle sue variabili, grazie al metodo elaborato dal suo curatore Carlo Silvano.
Un forte interesse ha destato don Santalucia incastonando le cinque interviste che compongono il libro, nella storia che la società e la Chiesa hanno vissuto nel periodo del Concilio e della sua iniziale e malsicura realizzazione (periodo in cui tuttora ci troviamo).



La profondità dei cambiamenti portati premeva sulla staticità ecclesiale e civile, le istituzioni ponevano resistenza causando vigorosi dibattiti e anche dolorose tensioni. Nel modo di intendere l’educazione, per esempio, nel determinare il posto che la responsabilità e la fiducia hanno nella formazione delle giovani generazioni, giovani preti compresi. Ebbene, nella comprensione di Mons. Santalucia, il dialogo che si sviluppa tra le personali esperienze di questi preti di generazione diversa, è un ulteriore approfondimento della storia umana, sociale e religiosa del periodo.
Ho letto recentemente un interessante studio su come la lettura cambia sia il lettore che il testo letto. Questa reciproca maturazione è risultata molto vera nella presentazione del piccolo libro in oggetto, anche perché lo abbiamo ri-accolto quasi rinnovato e integrato dalla passione evangelica ed esperienziale del relatore.


Dal Concilio Vaticano II nasce un desiderio di essere preti in modo nuovo, si colgono esigenze e attese inespresse prima. C’erano nella zona di Castelfranco Veneto (Tv), come in tutta la provincia del resto, forti situazioni di ingiustizia che venivano dolorosamente ma rassegnatamente accettate nella società sia agricola che industriale. Il nuovo fermento e la nuova consapevolezza rimette in questione questa passività, il contatto con il Vangelo risveglia un più intenso desiderio di giustizia. Questo porta tensioni e conflitti, ma fa camminare e la Chiesa (almeno una grande parte di essa) non si tira indietro né si pone al di sopra, ma si domanda da quale parte starebbe Gesù e si mette decisamente da quella parte, costasse anche la rottura di antiche alleanze.


Il dibattito seguito alla presentazione ha ulteriormente approfondito questo tema. Molti degli obiettivi del Concilio sono ancora un sogno, ma noi non siamo disposti a lasciar perdere i nostri sogni, assicurava qualcuno. D’altra parte, diceva un altro, si intuisce nelle interviste una venatura di sofferenza per la difficoltà con cui le nuove esperienze sono accolte dalle istituzioni, e tuttavia proprio questa consapevolezza nella perseveranza del cammino manifesta il germe della profezia. Di qualcosa che attira da lontano ma conserva la sua parte di mistero e di difficoltà e si chiarifica, forse, nella misura che si procede e che si cammina insieme.
Non c’erano quasi giovani presenti all’incontro, ma le attese, le speranze,le energie emerse, quelle sì che erano colme di fresco entusiasmo e sincerità di dedizione perché un mondo più buono e giusto sia possibile!


[Marisa Restello]

giovedì 5 febbraio 2009

Preti a confronto


Giovedì 2 aprile 2009 - alle ore 18.00
presso la sala parrocchiale
della chiesa
di San Marco Evangelista
in Riviera San Marco 22
a Camposampiero

si svolgerà la presentazione del volume

MEMORIA DI REALTA' INTRAVISTE

in dialogo con don Claudio Miglioranza,
don Giuliano Vallotto, don Silvio Favrin,
don Umberto Miglioranza e don Fernando Pavanello

a cura di don Olivo Bolzon e Marisa Restello

introdurrà
prof. Armando Fiscon
(editore)

presenterà
don Guido Santalucia
(presbitero della diocesi di Treviso)

saranno presenti don Olivo Bolzon e Marisa Restello

...è un libro che contiene le interviste a cinque sacerdoti
che operano in comunione con la Chiesa in una situazione che
possiamo definire “laica”. Laica non nel senso anticlericale o
politico della parola, ma nel senso sociologico di una vita immersa
nel quotidiano, una vita che ha sposato il popolo con particolare
attenzione ai più deboli.

venerdì 30 gennaio 2009

Nel giorno della memoria


LA TRAGEDIA

DEGLI ISTRIANI E DEI DALMATI
RACCONTATA DA CHI L’HA VISSUTA
SULLA PROPRIA PELLE


La prima volta che ho letto qualcosa sull’Istria fu quando, da adolescente, ebbi tra le mani “La quinta stagione” di Fulvio Tomizza: un libro che mi ha dato molto e che, purtroppo, non è stato più ristampato ma - ne sono convinto - andrebbe proposto come lettura soprattutto ai ragazzi dei primi anni delle medie superiori. In seguito, per una tesina da elaborare in quinta superiore, conobbi un gruppo di esuli istriani e dalmati che oltre a darmi una copia del Trattato di Osimo, mi parlarono ampiamente delle loro condizioni di uomini e donne brutalmente cacciati dalla propria regione e del loro esodo.
Nel 2000 fu pubblicato il libro “L’esodo - La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia”, di Arrigo Petacco, il quale ripropone il dramma e la morte di migliaia di italiani vittime della “pulizia etnica” voluta dall’allora regime comunista jugoslavo. I nostri connazionali uccisi dai miliziani di Tito e gettati nelle foibe (1945-1946) sono ancora oggi sepolti nei libri di storia perché bollati come “fascisti” quando, in realtà, la loro unica colpa consisteva nel trovarsi in una terra di confine. Ciò che Petacco ha raccontato nel suo libro è il risultato di una lunga ricerca condotta negli archivi, e della lettura della fitta memorialistica e pubblicistica che narra le vicende giuliane. Vicende e drammi, però, che sono rimasti circoscritti per lo più nell’ambiente degli esuli istriani, giuliani e dalmati: larga parte della società italiana tende ad ignorarli anche per l’oscurantismo esercitato, fino a pochi anni fa, dai dirigenti di quello che fu il Partito Comunista Italiano. C’è dunque un capitolo della nostra storia nazionale da riscrivere, anche per far luce su altre morti come, ad esempio, i partigiani uccisi nella strage di Porzus avvenuta il 7 febbraio del 1945 quando un gruppo di comunisti italiani ammazzò altri partigiani, loro connazionali, perché “bianchi” e colpevoli di voler difendere l’integrità territoriale del loro Paese dalle mire espansionistiche di Tito.
Gli italiani che furono costretti a lasciare la propria terra di origine, nonché ciò che possedevano in termini di case e poderi, furono circa trecentomila, mentre circa un migliaio furono le persone, tra cui donne e bambini, quelle infoibate. Ma che cos’è una “foiba”? Regina Cimmino, che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere un’esule istriana, ha scritto:
«Sono aperture naturali nell’aspro Carso, coperte da poca vegetazione, sono vere trappole con l’apertura ad imbuto rovesciato, profonde e spesso, in quest’Istria così avara d’acqua, sul fondo scorre un fiume».
La Cimmino continua:
«Quanti furono gettati dentro? Donne, bambini, amici, nemici, civili, militari non serviva una colorazione politica, soprattutto bastava essere italiani. Non era solo un salto nel vuoto, dopo aver subito le peggiori torture, venivano legati l’uno all’altro con il fil di ferro spinato, sparavano al primo che con il suo peso avrebbe trascinato ancora vivi i compagni in quella che sarebbe stata la loro tomba, su cui nessuno avrebbe mai pianto. Morire per le fratture, le ferite, dissanguati, per fame: meglio morire subito. Eppure uno riuscì a salvarsi, ai polsi due braccialetti di sangue, cosa nel cuore e nella mente?».
Riflettendo proprio su questi ultimi passi tratti dal libro della signora Regina Cimmino, ho strutturato l’intervista che segue. [...]
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Tratto dal volume "Una memoria per gli emigranti", a cura di Carlo Silvano, Ogm editore 2007, pp. 96, euro 10. A Treviso la distribuzione del volume è seguita dalla TREDIECI Distribuzione, via Fratelli Rosselli 19/5 - 31050 Villorba (Treviso) tel. 0422 440031, fax 0422 963835.

sabato 10 gennaio 2009

Una memoria per gli emigranti

Qui di seguito "incollo" l'introduzione al primo volume della collana "Questioni di identità".

INTRODUZIONE
di Carlo Silvano

I fenomeni migratori sono sempre stati al centro dell’attenzione e della riflessione degli studiosi per le loro molteplici sfaccettature, riguardando i rapporti sociali, l’economia e i cambiamenti geografici. A soffrirne le conseguenze negative sono soprattutto le comunità rurali e di montagna, che vengono profondamente segnate anche nell’identità e nella memoria collettiva. Da una parte, infatti, le migrazioni generano un ulteriore impoverimento delle aree di partenza, che si vedono privare di potenziale forza lavoro soprattutto di età compresa tra i 20 e i 35 anni, dall’altra, tuttavia, esse portano nuova linfa a comunità che, pur avendo una certa prosperità economica, abbisognano di nuove risorse umane.

Anche se l’idea che comunemente si ha dell’emigrante è quella di una persona sola, che possiede solo una “valigia di cartone” e non può offrire che la forza delle proprie braccia, non va sottovalutata la grande potenzialità di valori e stili di vita di cui è portatrice, che possono arricchire la società disposta ad accoglierla, a condizione, però, che l’emigrante stesso abbia una conoscenza della propria identità e memoria della propria storia personale e della comunità di origine. È quello che emerge dalle interviste inserite in questo volume, che si propone di offrire una “memoria” agli emigranti di due comunità, prese a simbolo dell’area geografica italiana. Se è vero, infatti, che tutta la Penisola italiana ha conosciuto il fenomeno dell’emigrazione, si è qui voluto tuttavia sottolineare quello che ha riguardato la comunità trevigiana e quella di Santa Ninfa in Sicilia, attraverso due interviste, rilasciate da don Canuto Toso, sacerdote della diocesi di Treviso, e da mons. Antonio Riboldi. Il primo, che si occupa degli emigranti trevigiani sin dagli anni Sessanta, fa riflettere sul significato della parola “integrazione”, che non significa né “assimilazione”, né “omologazione”, ma, avendo come coordinate la conservazione della propria identità e l’apertura alle novità derivanti da stili di vita diversi dal proprio, si traduce nella volontà di inserirsi nel tessuto della società disposta ad accogliere nuove persone.

La vera “integrazione” è dunque quella di soggetti che, consapevoli della propria identità culturale e religiosa, si sforzano di assimilare tutta la normativa della convivenza civile e politica del Paese ospitante senza, però, divenire come gli “altri”. In questo contesto il concetto di “identità” assume nuovi significati, risiedendo in quei fondamenti antropologici ed etici tipici di ogni singola area del nostro pianeta; un’identità forte non si dissolve nel processo di integrazione che il singolo individuo deve affrontare quando si inserisce in un tessuto sociale diverso dal proprio, anzi si rafforza, pur adottandone le regole di convivenza civile. In questa prospettiva, allora, l’“identità” non è un qualcosa di statico, ancorato a schemi mentali anacronistici, ma è invece un processo di maturazione che si evolve nel tempo e che, alla luce del proprio filone culturale, linguistico e religioso, si alimenta attingendo alle novità che la società accogliente offre, così che anche la “memoria” non sia semplice nostalgia per i tempi e i luoghi passati, ma piuttosto un rendere presente ciò che è sia il singolo individuo che la propria comunità di origine. Dall’intervista a don Canuto Toso emerge anche come, se per tanti trevigiani sparsi per il mondo è stato possibile conservare determinati valori, lo si deve soprattutto al senso della famiglia che essi hanno conservato, e qui mi torna alla mente “Lungo la strada”, un libro di Anna Gnesa, scrittrice del secolo scorso originaria di Brione Verzasca (Canton Ticino), la quale, riferendosi alle famiglie della propria valle, così scriveva:

«A quei tempi molti morivano infanti. I registri parrocchiali sono pieni di decessi di bambini. Anche spose giovinette morivano dissanguate sul saccone di foglie, nel faticoso metterli al mondo. Talora la morte nella stanza fredda aspettava, come la volpe aspetta che la pecora abbia figliato per portarsi via l’agnello. Ma robuste famiglie di dieci, dodici e più figli, con la madre per nulla disfatta dalle ripetute maternità, non erano rare, e formavano la forza dei villaggi se la povertà non le disperdeva nell’emigrazione» (1).

Sono righe che ricordano le analisi sociologiche dello studioso Ulderico Bernardi, profondo conoscitore della società trevigiana, oppure i libri dello scrittore Gian Domenico Mazzocato, che nella propria terra, la provincia di Treviso, ha ambientato i romanzi che lo hanno consacrato come il difensore dei veneti vinti, di quei veneti che hanno conosciuto la pellagra e il colera, la miseria economica e l’analfabetismo. Sono righe, però, che ben si addicono anche ad una comunità – come appunto quella veneta – che non si è mai scoraggiata dinanzi alle avversità della vita e che dalla famiglia ha attinto le energie per lottare affinché si potesse costruire un futuro migliore.

Ed è proprio per la famiglia che gli emigranti italiani, dalle Alpi alla Sicilia, erano disposti a tutto. Ecco, ad esempio, cosa nel suo diario don Olivo Bolzon, con una lunga esperienza di prete operaio nei Paesi di emigrazione, scrive:

«[un] siciliano mi diceva che come tanti altri egli vede la sua famiglia un mese all’anno, fa un figlio e poi torna a lavorare. Questa non è certo la famiglia cristiana e tuttavia la sua intera esistenza è per la famiglia: lavorerà fino al 1975, anno della pensione; andrà avanti sempre così, poi tornerà. Se questa è vita umana! Lo fa senza rimpianti perché non vede niente di meglio, senza coscienza, perché è fatalisticamente rassegnato» (2).

Con mons. Riboldi, poi, che ha svolto il proprio ministero di parroco a Santa Ninfa, per circa diciotto anni, abbiamo potuto conoscere la realtà degli emigranti di questo paese siciliano, che abbandonavano la propria terra per la Svizzera e la Germania, oppure per recarsi oltreoceano, nel Nord America e nel Venezuela. Quando mons. Riboldi ricorda che di fronte a certe ingiustificate discriminazioni subite dai nostri emigranti veniva tutto, da essi, accettato, perché non veniva “subìto come offesa” e perché gli emigranti conservavano il ricordo che il loro paese, la loro chiesa e la loro gente era altrove, e là, essi, spiritualmente vivevano, viene da pensare ad un passo del libro della Gnesa, dove la scrittrice, pur riferendosi ad altre situazioni come alle bellezze naturali e alle povertà economiche della propria valle di origine, sembra mettere sulle labbra e nell’animo di questi emigranti, le frasi che seguono:

«Non credo di essermi molto incantata davanti alle vetrine dei gioiellieri della Bahnhofstrasse. Diamanti: sì, sono belli. Ma io, al mio paese, ho qualcosa di più bello. Fra i crini dei tondi ciuffi di festuca ovina, le gocciole di rugiada sono gocciole di vibrante splendore, innamorate del sole, offerte al sole. Smeraldi: sì, sono belli. Ma al mio paese, tra rocce di granito c’è un’acqua viva, verde glauca turchese, piena di fremiti e di ombre e di luce, e disseta» (3).

Nelle due interviste successive (a Cesare Santi e a Regina Cimmino) si fa invece memoria, anche se a grandi linee, di due comunità che, pur facendo parte dell’area geografica italiana, sono poste sul confine politico tra l’Italia e la Svizzera e tra l’Italia e la ex Jugoslavia: si tratta del Moesano, che comprende la Val Mesolcina e la Val Calanca nel Grigioni italiano, e della comunità italiana in Istria, da dove, alla fine dell’ultima Guerra mondiale, di fronte al massacro etnico perpetrato dai miliziani di Tito, molti italiani furono costretti a fuggire. Non fu dunque un fenomeno migratorio dettato da meri motivi economici, ma un esodo forzato che ha prodotto la frammentazione di una comunità ricca di valori e che oggi, sparsa in varie regioni d’Italia, fatica a mantenere una propria identità.

“A circa sessant'anni dai tragici eventi dell'esodo istriano e dalmata, si deve ritenere – afferma con amarezza la signora Regina Cimmino – che la società italiana non è ancora consapevole di quanto è accaduto realmente. Ciò che si sa lo si deve a quanti avevano parenti, e al riguardo si pensi ai matrimoni fra istriani e persone del Sud o di altre regioni, oppure ai “villaggi giuliani”, costruiti rigorosamente in periferia in quarantasette città italiane per motivi di lavoro. Lo scrittore Arpino, ad esempio, è nato a Pola, perché il padre era un militare; Tito Stagno era a Pola, Raimondo Vianello anche, e tanti altri ma, a quanto sembra, nessuno ne ha mai parlato. Solo recentemente il cantante Gino Paoli ha reso noto che la famiglia della madre è stata sterminata nelle foibe”. Che la società italiana non sia consapevole di quanto successo è, dunque, purtroppo vero, ma è anche vero che da un po’ di anni se ne parla di più, e non solo in famiglia: dopo il crollo dei regimi comunisti, con il conseguente alleggerimento del peso ideologico che da sempre grava sull'Esodo, fino ad arrivare all'istituzione del “Giorno del Ricordo”, si è smesso di considerarlo come una vicenda regionale e non nazionale.

Nell’interessante saggio che la giovane antropologa Michela Nussio ha dedicato alla Val Poschiavo, una piccola valle stretta tra l’Italia e la Svizzera, tra il mondo latino e quello germanico, emerge poi quanto l’identità di una comunità, come appunto quella della Val Poschiavo, venga sentita e valorizzata “in quanto collegata a una determinata cultura, ritenuta diversa da quelle con cui confina. In realtà essa è impregnata di elementi esterni e non può essere definita pura”. La realtà elvetica mi sembra dimostrare come anche comunità profondamente diverse tra loro sotto il profilo linguistico e culturale, siano però in grado - se consapevoli della propria identità e memori del proprio passato - di dar vita ad un’entità statale capace di garantire la pacifica convivenza tra i propri cittadini.

Il volume si chiude con un saggio di Domenico Airoma che esamina alcuni aspetti dell’immigrazione islamica: tutte le realtà, come le società Occidentali, dove è in atto una qualsiasi forma di “mescolanza”, sono infatti chiamate a confrontarsi con un’alta percentuale di immigrati provenienti da Paesi in cui si vivono valori a volte profondamente in contrasto con quelli del Vecchio continente. Come sostiene il magistrato Airoma al riguardo, le Istituzioni statali devono sempre essere in grado di bilanciare le esigenze di integrazione degli immigrati e la necessità di salvaguardare le peculiarità identitarie del Paese ospitante. Scrive Airoma: “Non assistiamo, per così dire, a conflitti che attengono all’assetto dei diritti delle persone, bensì alle stesse condizioni istituzionali, ai fondamenti del consorzio sociale e politico. E ciò perché gli immigrati, soprattutto di fede islamica, hanno portato e portano con sé una visione del mondo che, sulla scorta anche della diffusione delle scuole coraniche fondamentaliste, è in radicale contrasto con quella Occidentale…”. Queste parole di Airoma possono sembrare “forti”: quando si parla di immigrati si corre il pericolo, in un Paese come il nostro che ha avuto una lunga e dolorosa storia di emigrazione, di usare pesi e misure differenti. Si rischia, soprattutto, di valorizzare i nostri emigranti all’estero al di là di ogni oggettiva valutazione, e di criminalizzare anche interi gruppi etnici stabilitisi tra noi a causa di efferati delitti compiuti da singoli individui. In realtà, le preoccupazioni espresse da Airoma nascono dalla necessità di tutelare i cittadini davanti alla Legge che è uguale per tutti, affinché non accada più ciò che si è verificato in Germania, dove un magistrato donna, facendo esplicito riferimento al contesto identitario-religioso di due coniugi musulmani, ha rigettato la richiesta di divorzio da parte della moglie che subiva i maltrattamenti del marito.

Agli emigranti, dunque, non si chiede né di rinunciare alla propria religione né alle proprie usanze e costumi come, ad esempio, in tema di alimentazione e abbigliamento, ma per una pacifica convivenza è necessario che quanti lasciano la propria terra per stabilirsi in un’altra siano poi disposti ad osservarne le leggi e le norme.
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Note

1 A. GNESA, “Lungo la strada”, Dadò editore, Locarno 2002, p. 71.

2 Il diario di don Olivo Bolzon sarà presto pubblicato in questa collana editoriale.

3 A. GNESA, op. cit., p. 91.