martedì 7 ottobre 2014

La tragedia dell'Arandora Star e la morte di 446 italiani

Propongo una pagina tratta dal mensile "Trevisani nel mondo" (settembre 2014) contenente due interessanti articoli.


giovedì 31 luglio 2014

Treviso. Si ritorna a parlare di moschee

A mio avviso l'apertura di una moschea a Treviso rappresenta una questione molto delicata, perché se da un lato tutte le religioni meritano rispetto, dall'altro bisogna essere cauti nell'accettare un luogo di culto islamico così da evitare di legittimare situazioni che sono in contrasto con la nostra Carta costituzionale. Mi riferisco, in particolare, al fatto che in Italia, e così anche a Treviso, la poligamia è una triste realtà che vede operai nordafricani con moglie e figli a carico, e affitto o mutuo da onorare, che fanno arrivare nel nostro Paese - con la formula della badante - la loro seconda moglie. A mio avviso, la poligamia non solo non deve essere accettata nel nostro Paese, ma il governo italiano dovrebbe - in virtù della Carta dei diritti fondamentali dell'Uomo - avviare una concreta azione di sensibilizzazione per sradicare questa pratica anche nei Paesi che l'accettano. C'è poi un'altra questione, ovvero quella della libertà religiosa: oggi, mi chiedo, cosa succederebbe ad un marocchino che dovesse liberamente abbandonare la fede islamica per un altro credo religioso? Anche questa seconda questione merita attenzione e la comunità islamica presente a Treviso deve chiarire la propria posizione in merito alla libertà di religione di ogni singola persona, compresi i musulmani.

martedì 27 maggio 2014

La gerarchia cattolica vista dai musulmani, intervista al gesuita Samir Khail Samir

La recente visita di papa Francesco in Terrasanta mi offre l'occasione per riproporre un'intervista che nel il 9 ottobre 2005 feci al gesuita egiziano Samir Khalil Samir, e pubblicata in un volume intitolato "Autorità e responsabilità nella Chiesa cattolica". La parte dell'intervista che propongo riguarda la percezione che gli islamici hanno della Chiesa cattolica.







venerdì 4 aprile 2014

Don Olivo Bolzon, Verso la periferia

In questi giorni la collana editoriale "Questioni di identità" si è arricchita di un nuovo volume a cura di don Olivo Bolzon, ed intitolato "Verso le periferie. Testimonianza della Chiesa italiana", e pubblicato con i tipi delle Edizioni del noce. 
E' un libro dedicato al Seminario dell'America latina che - tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso - formò centinaia di sacerdoti provenienti da tutte le diocesi italiane, e anche da Malta, desiderosi di impegnarsi nei vari Paesi dell'America del Sud. A guidare il Seminario - con la responsabilità di rettore - fu don Fernando Pavanello, che oggi risiede a Breda di Piave (Treviso), e che ha scritto la prefazione al libro. Nel libro sono contenute anche alcune parti della tesi di laurea di don Giovanni Coppola (Vico Equense) e le testimonianze di diversi sacerdoti che, per un certo periodo, si sono dedicati all'America latina.



Qui di seguito si propone una recensione a firma di Marisa Restello.

Ho collaborato con molto interesse a mettere insieme alcune testimonianze di preti  impegnati  in attività umane e pastorali diverse tra loro, ma con qualcosa di riconoscibilmente comune: una particolare attenzione ai cambiamenti in atto e una grande vicinanza a quella parte di umanità che rischia di venirne travolta. 
Erano studenti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso in un Seminario dove confluivano da tutta Italia, giovani che desideravano mettersi a servizio delle chiese dell’America Latina. La contemporaneità con il Concilio, nei primi anni, e con il ’68 e le novità che ne seguirono, negli anni successivi, danno a questo periodo di tempo uno straordinario slancio;  a cinquant’anni di distanza risveglia ancora nei cuori  le grandi speranze di allora. Un piccolo ricordo personale di quel tempo.  Mi era arrivato tra le mani un grande manifesto  del famoso maggio francese. C’era in basso la punta di una freccia che mirava verso l’alto di un grande spazio vuoto e la dicitura: “è dato lo slancio per una evoluzione continua”. Se ricordiamo che anche del Concilio dicevamo che non si trattava di un evento concluso in se stesso, ma dell’inizio di un “processo conciliare”, ecco che subito veniamo attratti da  un panorama di ricerca e di aspettative sconfinate.
Bene, questo piccolo libro rievoca l’atmosfera del tempo. Ci pare di vederli i gruppi di giovani attorno a un tavolo a cercare una comunione intensa tra di loro e con i loro formatori. Che non era solamente darsi del tu, come succedeva anche nella mia scuola, ma un far emergere risorse di amicizia e di creatività nella fiducia reciproca,  nella libertà e in un riferimento sempre più autentico al Vangelo.
E nonostante la gioiosa baldanza si può sentire la fatica di questo procedere che vuol essere comunitario. Questi giovani avevano già fatto la scelta di mettere la propria vita a servizio di Dio e  dei fratelli, consentivano con il cuore a camminare insieme, ma questo non li esonerava dall’impegno di dover ricominciare sempre. E pensavo: ai nostri giorni, con il formarsi delle collaborazioni pastorali, quanto necessaria è la capacità di progettare insieme, di affidarsi l’un l’altro, di arrivare a un agire comune. Ma quando mai siamo stati preparati a questo? Non è un caso che una delle cause di ritardo nel nostro paese sia stata rilevata nella incapacità di lavorare in gruppo.
La presentazione di don Fernando Pavanello mette in luce lo scopo e lo spirito dell’attività formativa del  Seminario. Frutto di un grande amore per la chiesa e di una cura particolare per la crescita umana e perciò soprattutto spirituale dei giovani. Una pedagogia che cammina con la crescita fisica e coinvolge la mente come il cuore 
La parte della tesi di laurea di Giovanni Coppola dedicata alla  vita degli studenti all’interno del Seminario e nei contatti con il resto della società, costituisce il nucleo centrale del libro. Pur nel rigore richiesto dalla preparazione al sacerdozio, per di più in una terra e in una cultura diversa, lo stile di vita è quello dei giovani con il loro entusiasmo,  la loro inventiva e nello stesso tempo il confronto e l’amicizia con i formatori, sacerdoti di generazioni diverse, sono apprezzati, ricercati anche se, ovviamente, non sempre pacifici.
La terza parte presenta la  testimonianza di una ormai lunga vita, da parte di alcuni  che al tempo erano giovani seminaristi e ne hanno conservato la freschezza. Sono racconti a tu  per tu, da serata attorno a un fuoco con la voglia di conoscerci o riconoscerci dopo tanto tempo di lontananza. E di ascoltare gli echi che si risvegliano in noi.
All’inizio pensavo che il libro potesse interessare i seminaristi e i loro formatori. Ora lo vedo come un aiuto per tutti a diventare la comunità che il Vangelo ci annuncia e che Papa Francesco ci mostra con i suoi gesti e le sue scelte concrete.

Marisa Restello, 2 aprile 2014  

martedì 27 agosto 2013

Nizza Marittima

Per far conoscere la questione nizzarda è fondamentale promuovere studi e pubblicazioni dedicati alla storia e alla cultura della città di Nizza Marittima.

giovedì 4 luglio 2013

Giovanni Formicola, I limiti dello ius soli

NAPOLI - Qui di seguito propongo ai miei lettori un'intervista all'avvocato Giovanni Formicola, penalista e Reggente regionale dell'Associazione "Alleanza cattolica", riguardante la volontà di alcuni politici di riformare la legge sul diritto di cittadinanza. E' il primo passo per avviare un dibattito, in questo blog, su questo tema così fondamentale per il nostro Paese.

Avvocato Giovanni Formicola, cosa indica l'espressione latina "ius soli"?
Ius soli - e non ius solis, come insistono a dire e scrivere giornalisti anche di rango nazionale, e non solo "dialettali", che definirebbe un improbabile "diritto del sole" - è espressione con la quale s'intende collegare i diritti di cittadinanza - pochi pensano ai correlativi doveri - al luogo di nascita: chi nasce in Italia ("solum"), anche se nessuno dei genitori è cittadino italiano, consegue il diritto ("ius") ad esserlo su richiesta (non v'è alcun automatismo, ovviamente).

Secondo lei, i cittadini stranieri che vivono e lavorano in Italia con la propria famiglia, sono penalizzati nel godere diritti fondamentali come, ad esempio, quelli legati all'assistenza medica, all'istruzione, alla libera circolazione sul territorio della Repubblica e all'acquisto di proprietà?
Bisogna distinguere tra i regolari integrati e i clandestini. Cioè tra chi paga le tasse - non ne faccio un feticcio, e ne riconosco il carattere vessatorio -, secondo le regole proprie per ognuno, e chi non le paga. Nel primo caso, io non credo che sussistano difficoltà o penalizzazioni, ed ovviamente se sussistessero sarebbero ingiuste. Nel secondo, mi pare ovvio che ci siano e ogni logica buonista e assistenzialistica che pretenderebbe di annullarle sarebbe solo un modo di aggravare e diffondere una situazione, la clandestinità, del tutto negativa.

Anche se in Italia la poligamia è bandita, si verificano tuttavia molti casi riguardanti cittadini stranieri che - pur avendo un solo reddito e pur vivendo in affitto - fanno arrivare in Italia la loro seconda moglie come badante. L'eventuale applicazione dello "isu soli" può, secondo lei, offrire nuove opportunità a chi intende praticare la poligamia in Italia?
Direi proprio di sì. Si verrebbe a partorire in Italia - anche clandestinamente - per conquistarne per i figli - e poi per sé - la cittadinanza. Avremmo un forte incremento alla formazione di quelle "enclaves" di irriducibili che - pur cittadini e sebbene immigrati non di prima, ma talvolta anche di terza, quarta generazione - intendono vivere integralmente, e quindi anche in chiave pubblica, ad onta della propria cittadinanza, secondo le tradizioni religiose, morali e culturali del proprio mondo d'origine, rifiutando e talvolta abiurando l'integrazione con il mondo in cui vivono e sono nati. Questo multiculturalismo, che giustappone le comunità pur nella stessa "città", sarebbe favorito quando non causato dallo "ius soli": le immagini delle “banlieu” parigine e la settimana di fuoco vissuta dalla integrazionista e civilissima Svezia, per non parlare del “Londonistan” governato dalla “shari'a”, diverrebbero attuali anche fra noi. Se negli USA, in cui vige lo ius soli, ciò non accade è perché anzitutto il senso di appartenenza e identità nazionale è forte e diffuso - si respira con l'aria, non come da noi dove è invece vilipeso o oscurato da un nichilismo che è la nuova cifra del vecchio e invecchiato mondo nostro -, ma anche perché l'immigrazione è principalmente latina, quindi religiosamente e culturalmente, se non etnicamente, omogenea.    

Quanto da lei detto ora sulla poligamia, vale anche per il doloroso fenomeno dell'infibulazione?
Credo che valga per tutti i fenomeni connessi alle specifiche tradizioni e regole etico-religiose, nonché alle culture, degli immigrati irriducibili all'integrazione epperò, nel caso in forza dello ius soli, titolari dei diritti di cittadinanza. Dalle barbare pratiche, più etniche che religiose invero, da lei ricordate, al diritto di famiglia - con le odiose condizioni di soggezione della donna -, fino al giorno festivo - con la pretesa di sostituirlo alla domenica cristiana e quindi europea.

Ci sono stranieri che pur avendo commesso reati molto gravi non possono essere facilmente espulsi perché parenti di cittadini italiani, e quindi si verificano situazioni molto complesse: da un lato lo straniero non può essere espulso, dall'altro non può ottenere un permesso di soggiorno e quindi non può lavorare; tipico è il caso dello straniero che ha un figlio da una cittadina italiana, oppure ha un fratello che ha ottenuto la cittadinanza italiana perché lavora da anni in Italia e non ha mai avuto problemi con la giustizia. Quali sono in merito le sue considerazioni tenendo presente la volontà di alcune forze politiche di approvare lo ius soli?
La questione è certamente complessa e può essere affrontata solo mediante un riordinamento globale delle regole dell'immigrazione, che tengano conto sia del diritto a spostarsi e del dovere dell'accoglienza, sia delle esigenze proprie - culturali e politiche prima ancora che economiche - dei Paesi e delle nazioni meta d'emigrazione.

Secondo lei, nell'attuale contesto socio-economico, l'Italia aveva proprio bisogno di un Ministero all'integrazione?

E' l'ennesima eco delle astrazioni giacobine ed ideologiche di cui soffre da oltre due secoli l'Occidente. Il neo-sindaco di Roma ha istituito un assessorato allo stile, e ho detto tutto. Queste denominazioni risentono dell'intento costruttivistico e, perciò solo, oppressivo di un certo modo d'intendere la politica, che dovrebb'essere soltanto (si fa per dire) tutela del bene comune, cioè delle condizioni sociali che favoriscano lo sviluppo esistenziale - religioso, spirituale, morale, culturale, materiale - dei singoli e dei corpi, dalla famiglia ad ogni legittima associazione volontaria, senza mai dimenticare la specifica dimensione pubblica della religione, in particolare in Europa ed in Occidente della Chiesa cattolica. Quindi, la politica è certo visione, ma soprattutto conservazione dell'esistente e non tentativo di manipolarlo per trasformarlo secondo un progetto ideologico; è tutela e applicazione della giustizia; è difesa; è solidarietà; è sussidiaria, non causa della vita individuale, familiare e sociale in genere. L'integrazione non è e non può essere un progetto ideologico. Può essere solo un fatto organico, in un quadro normativo semplice e preciso, che sul piano delle tradizioni religiose e culturali nulla imponga e nulla proibisca, se non per tutelare l'ordine pubblico e l'identità nazionale, ma che sia fermo nel difendere la tradizione giuridica, culturale e religiosa del Paese ospite. Altrimenti, si avrà la sostituzione del popolo e - in un tempo in cui le vesti si stracciano fin troppo in difesa della biodiversità e della conservazione delle specie animali e vegetali - sarebbe un vero peccato lasciar sparire, anche per effetto di denatalità, popoli dalle antiche, alte e nobili specifiche tradizioni religiose e culturali. Come il nostro. Sarebbe quella che Christopher Caldwell ha chiamato “L'ultima rivoluzione dell'Europa” (titolo di un libro la cui lettura consiglio a tutti), nel senso che dopo di essa l'Europa, come continente culturale e già faro di civiltà umanistica e teocentrica, semplicemente non esisterebbe più. (a cura di Carlo Silvano)

venerdì 18 gennaio 2013

Breve storia di Nizza e di altri territori italofoni, letto da Sebastiano Parisi



"Breve storia di Nizza e di altri territori italofoni" è un volume edito dalle Edizioni del noce e scritto da Carlo Silvano, presidente dell’"Associazione culturale Nizza Italiana", in prima linea per difendere e rivendicare l’antico e del tutto mai distrutto legame della città con la madrepatria.

Carlo Silvano è nato a Cercola nel 1966; sposato, con tre figli, si è laureato all’università Federico II di Napoli. Il suo impegno lo ha portato a scrivere diversi libri su temi diversi che vanno dall’usura alla religione, fino alla massoneria e ai detenuti nelle carceri. E’ socio inoltre dell’"Associazione trevisani nel mondo" e dell’associazione antiusura e antiestorsione "Arpa". In ultimo, il suo impegno per la realtà nizzarda l’ha portato a scrivere il volume di cui parleremo per l’associazione che presiede "Nizza Italiana".

"Breve storia di Nizza e di altri territori italofoni" è un breve volume dove viene affrontato il tema dell’irredentismo e nello specifico della cultura italiana di Nizza. Dopo la prefazione dell’avvocato Agostino la Rana (vicepresidente di "Nizza Italiana"), si apre un’interessante nota introduttiva, molto utile a preparare il lettore alle tematiche che verranno affrontate. E’ inedita, quanto reale la definizione del neo-irredentismo che propone l’autore, andando a unire il desiderio e l’impegno di attivarsi affinché le questioni delle terre irredente vengano portate alla ribalta, con la vita di tutti i giorni, ovvero un buon comportamento nella società. Difatti, come l’autore sottolinea, alimentare gli stereotipi, spesso ipocriti, che hanno altri popoli riguardo gli italiani, serve solo ad allontanare ulteriormente le terre irredente dall’Italia, la quale, per poter davvero tornare una calamita per le regioni nostre per storia, cultura e geografia, deve assolutamente guadagnarsi il rispetto e l’importanza che le spetta.

"L’irredentismo, a ragione di quanto afferma Silvano, non può mai essere ghettizzato in una certa parte politica, solitamente quella fascista, ma deve essere un sentimento comune che abbracci tutti gli italiani. Non si parla difatti di scatenare guerre o di rivendicare improbabili regioni del mondo a noi estranee in vista di qualche progetto imperiale, ma del semplice stabilire una verità storica. Essere irredentisti al tempo della globalizzazione, dell’Unione europea e del mondialismo è davvero difficile ed’è chiaro che irredentismo fa rima con indipendenza, e quindi con un cambiamento della società e della politica estera ed economica nazionale; per questo l’Argentina di oggi con la sua attuale politica economica e di rivendicazione delle isole Malvinas potrebbe essere un faro anche per i neo-irredentisti italiani, che si ritrovano oggi a dover far rinascere dalla brace di un fuoco mai spento, quel sentimento comune che accompagnava ogni italiano fino alla drammatica fine dell’ultimo conflitto mondiale, che condannò per anni all’oblio questo sentimento" [n.d.a.].

Dopo questa dovuta e utile introduzione, si arriva alla storia nizzarda, descrivendo in modo breve, ma conciso, anche l’identità linguistica degli abitanti della Contea. Si arriva poi ai terribili fatti che portarono alla svendita della città con l’omonima Contea, con i retroscena e le poche inutili ma doverose opposizioni. E poi la francesizzazione, quel fastidioso e inesorabile processo che portò presto alla chiusura di ogni giornale italiano, alla fine dell’insegnamento dello stesso, quanto alla sostituzione dei toponimi e di ogni scritta, un criminale progetto che si ripeterà poi anche a Briga e Tenda, con il furto della Val Roia dopo la sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale. Un processo oramai compiuto, ma che evidentemente porta dei nervi scoperti per le autorità d’oltralpe, come si può capire dall’intervista al prof. Giulio Vignoli (molto attivo su queste tematiche, su cui ha scritto diversi libri), recentemente censurato durante un convegno a Nizza. Segue un’intervista ad Achille Ragazzoni (anch’egli un’autorità per questo campo) sui brogli del falso plebiscito che ci strappò Nizza e la Savoia.

A questo punto è riportata la poesia "L’eroina di Nizza", di Adriana Michielin, dedicata a Caterina Segurana, la leggendaria popolana nizzarda che infiammò i cuori dei difensori della città, guidandoli al vittorioso contrattacco contro i franco-turchi. Proprio su questa straordinaria figura è incentrato il saggio di Achille Ragazzoni che segue. Infine viene dato spazio alle altre terre irredente, ovvero: Svizzera italiana, Istria, Quarnero e Dalmazia, Pelagosa, Isole Ionie, Malta e Corsica. Viene brevemente riportata la storia di ognuna di queste nostre regioni usurpate, ponendo l’accento sulla comune discendenza etnica-storica-culturale e riportando le principali figure irredenti di queste terre.

"Breve storia di Nizza e di altri territori italofoni" è un volume che dovrebbe leggere ogni italiano, specie i giovani, e per questo bisognerebbe portarlo nelle scuole. Nella sua brevità, riesce a inquadrare profondamente le tematiche trattate, dando al lettore che si sta interessando all’irredentismo, in modo immediato una certa quantità di nozioni che mai potrà trovare su alcun libro scolastico o di diffusione di massa; in tal modo l’input a scoprire di più e ad acculturarsi ulteriormente verrà da sé. Questo volume lo consiglio certamente, mi auguro sia il primo di una lunga serie.

(Sebastiano Parisi)