mercoledì 28 dicembre 2011

Giavera del Montello - Lo scorso 20 dicembre è stato presentato - nella sala consiliare del municipio di Giavera - il volume "Lungo le sponde del torrente Giavera". Tra i relatori Fausto Gottardo (sindaco di Giavera), Carlo Silvano (editore) e Antonio Petrelli (Circolo di lettura "Matilde Serao"). A moderare l'incontro è intervenuto Remo Barbisan (PD di Giavera). Buona la partecipazione da parte del pubblico.

Il volume "Lungo le sponde del torrente Giavera" fa parte della collana editoriale "Questioni di identità", ed è stato pubblicato col patrocinio morale del Circolo di lettura "Matilde Serao", affiliato all'Associazione culturale "Nizza italiana".
Precedentemente il volume è stato presentato a Povegliano (biblioteca comunale, 15 dicembre 2011) e a Villorba (Circolo del PD, 1° dicembre 2011). La prossima presentazione avverrà presso la libreria Lovat di Villorba il 22 gennaio 2012 alle ore 18.00.

sabato 17 dicembre 2011

Parliamo di Nizza e della sua italianità


Su facebook è attivo il gruppo "Nizza italiana" e, tra le varie discussioni, segnalo una lettera di un nizzardo che si firma Jo Musso, e la risposta del prof. Giulio Vignoli. Riporto le lettere così come sono state inserite dai loro Autori, senza toccare nemmeno una virgola. Attendo ulteriori contributi a questa costruttiva discussione. (Carlo Silvano)

Il 15/12/2011 12.56, Jo Musso ha scritto:
Sono un nizzardo. La
                                            popolazione de Nizza e...
Jo Musso 15 dicembre 12.56.26
Sono un nizzardo. La popolazione de Nizza e stata moltiplicata da quasi 10 in cento anni. S'e e vero que molti italiani sono venuti a Nizza a l'inizio del secolo, una maggioranza di piemontesi, al città e cambiata quando i francesi d'Algeria sono venuti dopo 1960. Sono quasi 100 000 persone que sono venute abitare in la regione. Ad addizionare con i ritratti, e tutti i francesi que sonno venuti qui per il sole. Una grande maggioranza a avuto soltanto indifferenza face a la nostra cultura, la nostra lingua e la nostra istoria. E un fatto Nizza e oggi "una città francese" per una maggioranza de "nizzardi".
Da dieci anni, le cose cominciano a cambiare un po. Un nuova generazione si sente nizzarda: hanno più interesso per la lingua per esempio. Molti sono dei giovani que hanno nonni de nizza prima li anni 60. Ma non tutti, ci sono anche figli di francesi e altri. L'identita di cui parlano e quella della Countea de Nissa, con la sua istroria particolare. Un territorio que non è provenzale, di cui la cultura non e occitana allora que la lingua l'e da origine. Io, che sono un "vero" nizzardo, (ho anche origine francesi e italiane), mi dispiace per voi, ma non conosco minga nizzardo che vuole che Nizza sia una città italiana. E un fatto. Faceva parte del' Piemonte, con autonomia, ma non e mai stata "italiana". La verità è que pochi conoscono l'istoria della nostra terra, e ancora meno quella di Garibaldi. Per esempio, li altri francesi per scherzare o no, dicono de noi que "siamo italiani" ... or tutti nizzardi che è falso. Nizza è stata "venduta" alla Francia, un anno prima che l'Italia come paese esiste. Questo, i nizzardi lo appiano.
Oggi, con la crisi, con il rinuovo del'identita nizzarda, tanti capiscono que l'avvenir non è con Parigi, che molti nizzardi, giovani e vecchi odiano. Ancora meno con Marseille, che e è di fatto (administrativo) la capitale regionale di PACA.
Penso que potrebbe creare un movimento que fa del'Euroregione: Nizza - Torino - Genova un proietto economico, culturale ... e storico viable.
E l'unica via realista que potrebbe mobilizzare i nizzardi, che restano molti gelosi de la loro "indipendenza". Ne provenzale, ne occitana, ne francesa ... e ne italiana. Oggi è l'Europa, le nazioni non fanno più sognare. Bisogna creare nuovi modelli .

Amicalmente,
 
Caro Musso,
non tutto quello che dici è giusto.
Nizza è stata anche italiana per lingua, cultura e per sentimenti. E questa parte italiana è stata maggioritaria fino al 1860 quando migliaia e migliaia di nizzardi lasciarono la città per non diventare francesi. Su questo dovresti leggere il libro di Gustavo  Mola di Nomaglio, "Nazionalità, identità e ragion di Stato", Marco Valerio editore, Torino, 2011, che ha censito coloro che lasciarono la città.
Dopo il 1860 la Francia perseguitò e distrusse per anni e anni ogni forma di italianità. Proibendo la lingua, perseguitando chi era di sentimenti italiani, mandando in galera gli intellettuali di sentimenti italiani, chiudendo i giornali in lingua italiana, cancellando ogni traccia visibile di italianità e cercando di cancellarne anche il ricordo. Fu proibita persino la rappresentazione al teatro di Nizza di opere liriche italiane!
Penso che quindi tu non conosca la vasta letteratura in lingua italiana espressa dal Nizzardo fino ai primi del Novecento con autori di tutto rispetto: Passeroni, Cotta, Bres, Andrè, Gioffredo ecc. ecc.  Nel mio pamphlet "Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo", Edizioni Settecolori, distribuzione Mursia, Lamezia Terme, 2011, ho citato (non certo tutti) 115 autori nati a Nizza e nel Nizzardo che hanno scritto in lingua italiana dal 1300 al 1900. Questa letteratura italiana è sconosciuta lì da voi grazie agli insegnamenti che vi vengono impartiti.
Un fatto è certo: il 99,99% degli attuali abitanti di Nizza ignorano il grande passato italiano di Nizza e del Nizzardo grazie alla scellerata opera delle autorità francesi e della scuola francese e ad un incredibile sciovinismo e imperialismo.
Ma non solo quelli che parlavano in italiano erano di sentimenti italiani, ma anche molti che si esprimevano in francese. Conoscerai la famosa  poetessa Agata Sofia Sassernò. Ebbene costei, che sempre poetò in lingua francese, votò contro l'annessione alla Franca perchè di sentimenti italianissimi.
Garibaldi, che tu citi, fino a pochi giorni prima di morire riaffermò l'italianità di Nizza.  E' veramente vergognoso che le autorità francesi, a proposito delle commemorazioni di Garibaldi, mentano sfacciatamente al proposito. Basta leggere l'epistolario di Garibaldi, interamente pubblicato dall'Archivio di Stato, per documentare la vera posizione del grande Nizzardo. Come hanno mentito vergognosamente, in occasione del 150° dell'annessione, su come avvennero i fatti. I risultati del plebiscito sono palesamente falsi. Basta leggere i risultati ufficiali che sono comici.
Nulla forse saprai sulla rivolta di Nizza del 1871 che chiese a gran voce il ritorno all'Italia, il rattachement per dirla alla francese.
Ti consiglio la lettura di altri due libri: Maurice Mauviel, "Enrico Sappia, cospiratore e agente segreto di Mazzini, Artemia editrice, Mosciano Sant'Angelo, 2009, e H, Sappia, " Nice contemporaine", France Europe Editions, Nice, 2006.  Libro stampato in italiano a Londra nel 1871 e proibito in Francia, distrutto dalle autorità francesi e finalmente tradotto in francese e pubblicato a Nizza quasi 140 anni dopo!!!
Leggili, informati meglio, vai nelle librerie antiquarie di Nizza e negli Archivi, vedrai quanta roba troverai (molta fu però bruciata dopo il 1871), tenuta quasi nascosta. Ti si aprirà uno scenario straordinario e sconosciuto al 99% ai tuoi attuali concittadini.
Cari saluti
Giulio Vignoli 
 

sabato 3 dicembre 2011

A colloquio con Dieng: nuova intervista



Il libro con Dieng - "I nuovi italiani" (titolo provvisorio) - è terminato e propongo ai frequentatori del mio blog una nuova intervista.

[...] Dieng, dopo che hai ottenuto il “permesso di soggiorno”, cosa hai fatto?
Sono venuto al nord per trovare un lavoro e anche per avere la possibilità di studiare. In Veneto sono venuto con Elhadji, un amico conosciuto a Caserta: lui doveva andare a Passarella di San Donà. Io l'ho seguito e ho trovato una realtà ancora più dura: non voglio esagerare se dico che, quasi quasi, Caserta era un albergo nei confronti di Passarella, un centro che mi metteva molto tristezza. Quando arrivai lì, faceva un freddo cane e non c’era neanche una fonte di calore: misi giù la mia borsa e andai al bar per prendere un thè, e le persone del posto mi ridevano dietro chiamandomi “tubab”, cioè “bianco”. Per me cominciò un altro calvario e quando sentii parlare di un prete chiamato don Giuliano Vallotto, il quale ha fatto tanto per gli immigrati, mi diedi subito da fare per andare da lui perché dava lavoro ed alloggio agli immigrati. Andai a Cavaso del Tomba per parlargli della mia situazione. Don Giuliano mi disse di ritornare il giorno dopo e sulla strada del ritorno mi fermai a Bassano per dormire, e lì mi accadde una cosa molto spiacevole.

Racconta...
Si era fatto tardi e andai in un albergo per avere una camera. Il gestore, però, mi disse che non aveva più camere disponibili perché l'albergo era pieno. Allora dovetti uscire fuori e mentre andavo via, notai un bianco con una valigia entrare. Mi insospettii e, senza farmi notare, lo seguii fin dietro al portone dell'albergo: da lì vidi che compilava un documento per poter pernottare, ottenendo così la chiave di una camera. A quel punto chiamai i carabinieri, ai quali, venuti sul posto, spiegai ciò che mi era accaduto. Grazie all'intervento dei carabinieri ebbi una camera in quell'albergo e così evitai di trascorrere una notte al freddo. Il giorno dopo ero di nuovo da don Giuliano e, insieme ad altri cinque immigrati, andai a Fanzolo a lavorare in una falegnameria. E' stato con don Giuliano che ho trovato il mio primo vero lavoro e un'adeguata sistemazione alloggiativa. Anche quando andai alla questura di Treviso, non trovai le file che ci sono oggi, e proprio lì ricordo che incontrai un bravo signore che mi aiutò molto, tanto che in seguito ho lavorato anche per lui.

E dopo l’esperienza di Fanzolo?
Sempre grazie a don Giuliano andai a Treviso a lavorare in un'azienda che faceva prodotti semilavorati per pasticceria. Era un bel lavoro, che mi offriva anche una discreta sistemazione; restava però il problema di vivere a contatto con senegalesi che volevano continuare a vivere come in Africa. In seguito, da semplice operaio, ho conseguito la patente e ho incominciato a fare le consegne con il furgone della ditta, dove ero benvoluto perché considerato un lavoratore corretto nei confronti di tutti, anche se spesso litigavo con la figlia del titolare che ci credeva schiavi moderni. Era una ragazza che ci chiamava al lavoro come voleva e quando voleva: quando mi vengono in mente certi suoi modi di fare nei confronti degli immigrati, non posso fare a meno di pensare che se un tempo certi squallidi personaggi venivano in Africa a prendersi gli schiavi, adesso sono gli schiavi ad andare da loro. Una volta sistematomi sotto il profilo lavorativo ho iniziato anche ad inserirmi a pieno titolo nella realtà locale: nel quartiere ero amico di tutti, e andavo anche a giocare a calcio con la squadra del posto.

Qual è stata la prima impressione che hai avuto quando hai conosciuto don Giuliano Vallotto?
Una persona per bene che non si è mai risparmiata per aiutare gli immigrati, senza distinzione di origine né di religione. Ci ha sempre consigliato di integrarci. Don Giuliano non si limitava a trovarci il lavoro, ma imponeva ad ogni imprenditore che faceva richiesta di lavoratori, di offrire anche una sistemazione abitativa dignitosa.

Don Vallotto ti ha mai chiesto di convertirti al cattolicesimo?
Mai! Anzi non ci parlava mai di religione.

In oltre venti anni che sei in Italia, qualcuno ti ha mai chiesto di abbandonare la tua fede islamica per diventare cristiano?
Nessuno.

Secondo te perché don Vallotto ti ha aiutato?
Perché è una persona generosa. La Chiesa cattolica è caritativa e da uomo di Chiesa don Giuliano Vallotto ha seguito una raccomandazione del Vangelo che invita ad aiutare il prossimo. Basta vedere in giro per il mondo come i volontari cristiani danno aiuto a chi ne ha bisogno, soprattutto nella mia povera Africa.

In base alla tua esperienza gli immigrati di religione cattolica ricevono più aiuto rispetto a quelli che hanno un'altra fede religiosa?
No. La Chiesa cattolica non ha mai fatto distinzioni. Anzi, direi che ha dato più aiuti alle famiglie musulmane che a quelle cristiane.

Nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 5 versetti 43-48, si legge: <
Questa indicazione la sposo in pieno: vorrei che fosse capita e applicata in tutte le religioni e società.

In base alle tue conoscenze quali aiuti materiali gli islamici offrono alle persone bisognose che appartengono ad altre religioni?
Gli islamici non aiutano neanche i lori fratelli musulmani, figurarsi se aiutano gli altri.

Cosa pensi della presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici?
In un Paese a cultura cristiana, sede del cattolicesimo, se lo Stato lo permette, il crocifisso può stare in tutti i luoghi pubblici, perché è un simbolo. Rappresenta anche la storia di questo Paese, ed è ovvio che non può influire negativamente sulla capacità di apprendimento, né sul buon funzionamento dei servizi.
Le polemiche create intorno al crocifisso nei luoghi pubblici sono frutto di pura demagogia: uno che non vuole vedere il crocifisso, non deve venire in Italia.
Soltanto nel caso in cui sia lo Stato ad emettere una legge che lo vieta, allora andrà rimosso; mi risulta tuttavia, che il crocifisso non ha nessuna influenza sul credo degli immigrati. Perché allora, seguire la demagogia di una parte dei cittadini italiani che hanno cercato di influenzare i musulmani e usarli?
Nei luoghi pubblici si va per altri motivi, non per guardare i crocifissi. L’importante è che gli uffici, le scuole, gli enti pubblici, funzionino bene per la società, altrimenti potremmo pensare sia giusto anche togliere le foto dei presidenti o dei re che in ogni paese sono affisse nelle pubbliche sedi, le cui ideologie non sempre sono condivise da tutto il popolo.
(a cura di Carlo Silvano)

giovedì 1 dicembre 2011

L'unità d'Italia può ricominciare da Nizza


E’ stato pubblicato pochi mesi fa un libro che rende giustizia alla cultura e alla storia della città e della contea di Nizza, che l’Italia monarchica cedette alla Francia in cambio dell’aiuto contro l’Austria. A firmare il volume pubblicato dalle Edizioni sette colori (2011) intitolato “Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo” è il prof. Giulio Vignoli, docente di diritto internazionale all’Università di Genova, che afferma: “Ho scritto questo libro dedicato alle storie e alle letterature italiane di Nizza e del Nizzardo perché nessuno ne sa niente, né in Italia, né in Francia. Anzi, in Francia vige la censura e la disinformazione, mentre in Italia nessuno se ne occupa. Il mio è il primo libro in argomento dalla fine della guerra”.

Prof. Vignoli, chi era Caterina Segurana? Può descriverci questa donna che ha avuto un ruolo importante nella storia della città di Nizza e che, in alcuni siti internet, assume un nome e un cognome francesizzati?
E' l'eroina dei nizzardi perché difese Nizza da un terribile assedio quando. nel 1543, la Francia, alleata dei turchi, attaccò Nizza assieme all'esercito ottomano. I soldati dei Savoia e i cittadini nizzardi si difesero strenuamente. La città fu poi conquistata e saccheggiata, ma il castello rimase inespugnato.
Caterina Segurana, una popolana, combatté sulle mura fino e indicarla con nome e cognome francesizzati è un falso storico e un insulto alla sua memoria. Caterina è il simbolo della lotta contro la Francia. "Francesizzare", inoltre, è un'operazione di cui i francesi sono esperti. Trattasi della peggiore azione che un popolo può realizzare nei confronti di altri popoli…

Negare la nazionalità altrui è un atto molto grave…
Sì, e aggiungerei anche ignobile.

Prof. Vignoli, oltre ad essere stata da alcuni “francesizzata”, bisogna anche dire che Caterina Segurana non viene mai menzionata nei nostri libri scolastici. Come mai?
Purtroppo non solo Caterina Segurana non viene mai menzionata nei nostri testi per la scuola, ma anche tutta la storia di Nizza viene dimenticata o travisata. Perché? Ha mai sentito parlare della "morte della Patria"?

Riconosco che noi italiani siamo capaci di farci del male e dopo l’8 settembre del 1943 abbiamo perso il senso di identità nazionale. Però proprio per recuperare il nostro passato può essere utile conoscere, anche facendo solo un accenno, la storia di Nizza e della sua italianità. Possiamo parlarne?
Certo. Una componente identitaria di Nizza e del nizzardo è sempre stata l'italiana, le altre due sono l'occitana e la francese. Negarlo è follia e ignoranza crassa, o malafede pura. Anche adesso, dopo 150 anni di francesizzazione forzata, quasi tutti i nizzardi comprendono e moltissimi parlano l'italiano. Basta stare qualche tempo a Nizza per capire che la città non è assolutamente un città francese "tout court". Costumi, tradizioni, lingua, nomi delle vie, modi di dire, sono anche italiani. Lo stesso discorso può farsi per la città di Strasburgo nei confronti della Germania.

Perché Nizza fu ceduta, nel 1860, alla Francia?
L'antica contea di Nizza, datasi ai Savoia nel 1388, con l'impegno che non sarebbe stata ceduta ad altra signoria, fu il prezzo pagato a Napoleone III (assieme alla Savoia, ndr) per l'alleanza nella Seconda guerra d'indipendenza. Poiché la popolazione a maggioranza era contraria alla cessione, si ricorse a brogli e minacce ben denunciati da Garibaldi. Migliaia e migliaia di abitanti preferirono prendere la via dell'esilio piuttosto che diventare francesi.

Fino al 1860, qual era la lingua parlata dai nizzardi?
Come è noto Emanuele Filiberto sostituì negli atti ufficiali il latino con l'italiano nel 1561. Segno evidente che la lingua maggioritaria nella contea di Nizza era l'italiano. Tanto è vero che in Savoia Emanuele Filiberto introdusse invece il francese. Ben oltre il 1860 i nizzardi parlavano in famiglia il dialetto nizzardo, un misto di occitano, piemontese e ligure; fuori dall'ambito familiare parlavano l'italiano e anche il francese, a seconda delle tradizioni di famiglia.

Lei, a pagina 119 del suo libro, scrive che la quasi totalità degli attuali abitanti di Nizza e del nizzardo ignorano l'esistenza di una letteratura italiana, nata nelle loro terre. Può spiegare questa affermazione?
La Francia ha la coda di paglia per come avvenne l'annessione. Le autorità francesi ricorrono ancora adesso, a 150 anni dall'evento, ad una sistematica falsificazione storica. Basta leggere le affermazioni fantasiose e cervellotiche espresse da queste in occasione della celebrazione del centocinquantesimo e che hanno sollevato la reazione anche di studiosi francesi, come il prof. Maurice Mauviel dell'Università di Parigi. In tale contesto né le scuole del nizzardo, né altre istituzioni culturali pubbliche osano occuparsi della cultura italiana di Nizza. La quasi totalità degli abitanti del Nizzardo - tranne pochi intellettuali onesti e controcorrente come de Lumley e Raybaut - ignorano quindi l'esistenza di una letteratura nizzarda in lingua italiana.
Purtroppo anche in Italia si ignora questa letteratura perché non viene trattata, forse per evitare l'accusa strumentale e demonizzante di fascismo o irredentismo.

Tra i letterati nizzardi di lingua italiana si segnalano autori come Paolo Filippi, originario di Briga, Bartolomeo de Gubernatis, di Sospello, Giovanni Leotardi, Ludovico Porcelletto, Angelo Auda, Giuseppe Borriglione, Carlo Maulandi, Pietro Gioffredo, Giovan Battista Cotta, Scipione Vajo, Gian Carlo Passeroni, Giuseppe Fornari, Giuseppe Andrè, nato a Nizza nel 1844 e morto a Torino nel 1903, Giuseppe Beghelli, Giuseppe Alberto Bovis e tanti altri ancora. Mi preme, però, porle una domanda su un religioso che mi ha particolarmente colpito: nel suo libro, a pagina 116, lei cita padre Antonio Bilancia. Può spiegarci chi era e che ruolo ha svolto per la tutela della lingua e della cultura italiana a Nizza?
Padre Antonio Bilancia era a capo della Missione cattolica italiana di Nizza e pubblicava il mensile "In cammino" pervaso di amore per l'Italia. In questo periodico si trovavano molte notizie anche su opere, eventi, intellettuali italiani di Nizza. Poiché il mensile tirava 3.000 copie e veniva inviato a tremila famiglie, vuol dire che esse conoscevano più l'italiano che il francese. Padre Bilancia fu poi sostituito da altri di diverso sentire e il mensile fu soppresso.

Purtroppo personaggi come padre Bilancia sono difficili da trovare, ed ora sono anche trascorsi 150 anni dalla cessione di Nizza alla Francia. Mi chiedo e le chiedo: ha senso ricordare questo evento? E perché?
Esiste in ogni uomo l'indistruttibile desiderio di verità. Bisogna essere testimoni di verità. Anche per quanto riguarda la storia di Nizza.

D’accordo, occupiamoci pure della storia di Nizza perché oggi può ricominciare proprio da questa città un recupero della nostra identità nazionale, e il suo libro, prof. Vignoli, rappresenta un ottimo punto di partenza; però bisogna pure chiedersi quale futuro geo-politico ci si può, oggi, augurare per Nizza e per il nizzardo…
Personalmente, mi auguro che Nizza diventi il centro d'incontro di tre culture: l'occitana, l'italiana e la francese. Tutte e tre aventi pari dignità. Mi auguro che la lingua e la cultura italiane riprendano a Nizza il posto che loro spetta. (a cura di Carlo Silvano)

_________________

Giulio Vignoli, "Storie e letterature italiane di Nizza e del nizzardo", ed. Settecolori 2011, pp. 130, euro 13.

mercoledì 26 ottobre 2011

Questioni di identità: pubblicato un nuovo volume

La collana Questioni di identità si arricchisce con un nuovo volume.

Villorba (Treviso) - In questi giorni è stato pubblicato il libro intitolato "Lungo le sponde del torrente Giavera": una miscellanea di ricordi e riflessioni scritte da un nutrito gruppo di villorbesi, e vuole rappresentare un primo appuntamento con i lettori per riflettere sull'identità e sulla cultura locale.

Tra i vari scritti inseriti nel libro - reperibile anche presso la libreria Lovat - si segnala un testo a cura di Antonio Petrelli che ripercorre le varie fasi dello sviluppo economico della città di Villorba in questi ultimi cinquant'anni. Petrelli, in particolare, si sofferma sul fallimento della Credieuronord, la banca voluta anche da Umberto Bossi, e sullo scandalo delle quote latte con il processo celebrato al Tribunale di Saluzzo che condannò anche l'ex sindaco Liviana Scattolon per illecita gestione.

Nazzareno Dal Col, invece, offre i suoi ricordi sul borgo "Furo" di Villorba, quando per le strade ancora bianche c'erano carri trainati dai buoi e dove tutti si conoscevano e si sostenevano a vicenda come potevano.

Interessanti anche un saggio di Giovanni Borsato, il quale affronta il fenomeno migratorio che ha coinvolto la comunità locale e scrive la storia della locale sezione dei Trevisani nel mondo, ed uno a firma di Luigi Giovannini che ricorda la figura del vescovo Antonio Bianchin, nativo di Villorba e per alcuni anni assistente generale dell'Azione cattolica italiana.

Il tema della qualità della vita a Villorba viene trattato con una nota da Aniello Cascone, originario della Campania e da anni residente nella Marca trevigiana.


Alla stesura di questo libro - patrocinato dal locale circolo di lettura "Matilde Serao" e dedicato alla memoria del patriota Luigi Pastro - hanno partecipato pure padre Pierangelo Marchi, un religioso nato a Villorba che vive a Caserta, e il consigliere comunale Sandra Milani che ha intervistato Gilberto Milani, il quale fu arrestato e torturato dai fascisti. Ed è proprio attorno ai valori della Resistenza e della Libertà che bisogna, ancora oggi, costruire l'identità della comunità di Villorba.

Nel libro sono state pubblicate alcune poesie di Adriana Michielin, mentre la nota conclusiva porta la firma di Massimo Valli.

(AA.VV., "Lungo le sponde del torrente Giavera", ed. studio editoriale Carlo Silvano 2011, pp. 140, euro 13),


sabato 30 aprile 2011

San Fior: presentazione del "Diario" di un prete spazzino

SAN FIOR (Treviso) - Nella sala polifunzionale del municipio di San Fior in piazza Marconi 2, è stato presentato il libro "DIARIO. Un prete della diocesi di Treviso racconta la propria esperienza come spazzino nella città di Colonia nel 1964" (Ogm editore 2007). L'incontro si è svolto il 29 aprile 2011. A presentare il libro - inserito nella collana editoriale "Questioni di identità" e pubblicato col patrocinio morale dell'Associazione culturale "Nizza italiana" - è intervenuto l'assessore alla cultura Francesco Granzotto (Comune di San Fior), Carlo Silvano (direttore della collana editoriale "Questioni di identità") e don Giampietro Zago (sacerdote della diocesi di Vittorio Veneto ed ex operaio).

martedì 29 marzo 2011

A colloquio con Dieng

Ho iniziato a scrivere un nuovo libro: sto raccogliendo le interviste rilasciatemi da Dieng Cheikh - un cittadino italiano di nazionalità senegalese - sulla sua esperienza di immigrato in Italia. Spero di pubblicare il libro a breve. Intanto, in questo blog, anticipo alcuni brani tratti dall'intervista.

Dieng, in quale Paese sei nato?
Sono nato nel 1963 in Senegal, in una località chiamata Tassette che, nella nostra lingua dialettale wolof, significa “luogo di incontri”.

Mi puoi parlare della tua famiglia di origine?
Mio nonno era di “sangue blu” – apparteneva alla stirpe dei thiedo – e possedeva una casa così grande che sembrava un piccolo villaggio dentro il villaggio. Questa casa poteva ospitare un tale numero di persone che a volte si faceva fatica a riconoscere i propri famigliari dai griot1 e dagli schiavi. Grazie alla sua ricchezza e al suo carattere tipico dei thiedo, mio nonno dominava su tutto e oggi sarebbe stato considerato un dittatore dei tempi moderni: era ricco ed aveva anche una certa influenza nella vita politica in un periodo coloniale e di schiavitù.

Tuo nonno dava lavoro a molte persone?
Sì, soprattutto durante la stagione delle piogge quando tanti uomini pur di mangiare e avere un tetto venivano a lavorare i suoi campi e a curargli il bestiame. Per devozione quasi tutti i lavoranti imponevano ai propri figli il nome di mio nonno.

Quando tuo nonno è morto chi ha preso il suo posto?
Nessuno.

Perché?
Per varie ragioni. I suoi figli erano tanti, e poi avanzava una nuova era religiosa e la società senegalese stava cambiando: quando un ricco muore i familiari si dividono tutto senza fare investimenti, e ciò un po' per cultura, un po' per mancanza di fiducia tra gli eredi.

Tuo padre come ha vissuto questa situazione?
Bisogna tener presente che il mio papà non è cresciuto in casa del nonno in quanto viveva con un altro signore che gli insegnava il Corano. Non è stato un periodo facile perché quando mio padre mi raccontava quello che ha sofferto con quell'insegnante, a me venivano le lacrime agli occhi, soprattutto perché mio nonno era ricco e poteva risparmiare a mio padre certe sofferenze...

Poi c'era tua madre. I tuoi genitori come si sono conosciuti?
Mia madre mi raccontava che mio padre la sposò da giovane senza il suo consenso: fu un tipico matrimonio combinato all’africana. Anche adesso abbiamo una famiglia grande, perché mio padre, con la scusa che la legge musulmana permette di sposare tante donne, si è beccato quattro mogli, e di fratellastri non so quanti ne ho!

Qual è stata la persona che ti ha insegnato i valori più importanti?
E' stata mia nonna e ogni volta che ci penso mi viene spontaneo ringraziarla dicendo: pace all’anima sua! E' stata mia nonna che mi ha insegnato il rispetto verso me stesso e verso gli altri, la solidarietà, la pace e questo anche se sono uno che ogni tanto si scalda. Per me, e lo devo sempre alla mia nonna, è importante dire la verità e avere senso di responsabilità. Mi ricordo che quando andavo in vacanza da un mio zio, il quale abitava in un altro villaggio, mia nonna non mancava di dirmi: “Quando vai in un altro posto devi vivere come vivono le persone di quel posto. Ti devi adeguare. Non dire alle persone che ti ospitano che tu hai un altro modo di fare; cerca invece di capire perché loro vivono diversamente da te”. Per mia nonna era molto importante cercare il confronto con gli altri perché, come mi spiegava, in questo modo si riesce a dare il bene che si ha dentro e a ricevere il bene che l'altro – il tuo interlocutore – ha dentro di sé. Questo insegnamento l'ho sempre tenuto presente e mi è servito tantissimo.

Hai vissuto in un contesto familiare molto diverso dalla tradizionale famiglia italiana, e allora mi chiedo: come hai vissuto la tua infanzia?
La mia infanzia l’ho trascorsa come tutti i bimbi africani, i quali, a cinque anni, già devono imparare ad arrangiarsi. Io sono stato un bimbo molto vivace, coraggioso e anche litigioso. Facevo parte di un gruppo di bambini dove per “sopravvivere” bisognava sapersi difendere: chi non lo era, stava chiuso in casa. Sono stato anche molto fortunato perché avevo la nonna e una sorella più grande che davano una mano alla mamma. Mio padre non era quasi mai a casa perché faceva l’autotrasportatore a Dakar, distante circa ottanta chilometri da casa, e ritornava ogni fine mese. Quando ritornava, per noi era come se fosse Natale. Ricordo che mio padre non era cattivo, ma severo, soprattutto quando si trattava di rispettare le sue regole. Avevo compreso questo lato di mio padre e, allora, quando noi ragazzi combinavamo un guaio, sapevo che dicendogli la verità evitavo la sua rabbia e la sua punizione.

Da piccolo giocavi o dovevi già lavorare?
Quando c'era bisogno capitava che io, insieme ad altri bambini, portassi al pascolo le capre. Della mia infanzia, però, ricordo anche tanti giochi: li inventavamo noi stessi perché non avevamo giocattoli. Anzi, ora che ricordo, in tutto il villaggio esisteva una vecchia e sgangherata bicicletta che il proprietario affittava a noi bimbi: con un franco si poteva fare un solo giro, e dovevi fare tanta fatica perché la bici non aveva un copertone.

Il tuo ricordo più bello dell'infanzia?
A me fa molto piacere ripensare a quando mi hanno iscritto alla scuola elementare, e ringrazio sempre mia zia che l’ha fatto all’insaputa di mio padre approfittando che era in viaggio. Infatti, quando ritornò si imbestialì. Comunque, io me la cavavo sempre perché nei miei confronti mio padre aveva un certo affetto che nasceva anche dal mio impegno scolastico e dalla mia disponibilità nei lavori domestici.

Come mai?
Lui voleva farci imparare il Corano, proprio come lui stesso lo aveva appreso.

A parte la scuola, cosa ti piaceva del tuo paese?
Quando ero bambino, il mio villaggio era molto bello, perché ogni lunedì si faceva festa, proprio come avviene in Italia il giorno di domenica. Non si lavorava e c’era il mercato settimanale. Ricordo che si svolgevano anche dei tornei di calcio e di lotta tradizionale, che somiglia molto alla lotta greco-romana. Mia madre mi mandava a vendere i bignè e mi dava anche la provvigione...

Cosa ci facevi con i soldi guadagnati?
Mi pagavo l’ingresso per la festa di quel giorno e avevo la possibilità di andare a fare festa anche negli altri villaggi quando c'erano le feste tradizionali. Con i miei amici andavo anche a caccia con i cani, e a ogni preda presa era festa infinita. Ricordo le tante lepri catturate e le quaglie, che pure finivano su una brace improvvisata. Se poi capitava che mio padre ritornava da un viaggio senza trovarmi a casa e veniva a sapere che ero andato a caccia, allora lui, per orgoglio, comprava una capra e così si mangiava carne.

Sono dei bei ricordi! Il tuo villaggio, però, immagino che sia cambiato rispetto a trenta-quarant'anni fa...
E' senz'altro migliorato: oggi c’è la corrente elettrica, i rubinetti con l'acqua potabile, un'infermeria, una cassa di risparmio e di credito popolare; anche la mia scuola elementare si è ingrandita, con una parte di essa trasformata in scuola media.

C'è stata anche una crescita culturale?
A me pare che la mentalità della popolazione non sia cresciuta: la cultura e i costumi di un tempo dominano ancora, e la gente ha anche sofferto a causa dell’esodo rurale, soprattutto nei tempi recenti per la poca pioggia. In questa situazione i politici usano la popolazione del villaggio come riserva elettorale.

Si potrebbe puntare sull'istruzione per dare una svolta e per costruire qualcosa di duraturo?
La scolarizzazione non è elevata e questo per colpa della religione e della tradizione. [continua...]


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Nota: 1 Il termine “griot” significa “cantante”.