Don Didimo Mantiero e le parrocchie di oggi
Due ticinesi – Claudio Mesoniat e Alberto Moccetti – hanno pubblicato nel 1988 con Jaca Book il volume intitolato “Il compito di Abramo”, e come sottotitolo “La dieci: storia di un’esperienza ecclesiale”. Si tratta di un volume dedicato all’avventura umana e sacerdotale di un prete della diocesi di Vicenza: don Didimo Mantiero (1912 – 1991). Rileggere oggi l’esperienza di questo sacerdote significa lasciarsi provocare da una memoria che non è nostalgia, ma criterio di discernimento. Quando don Didimo arrivava in una comunità e annotava con realismo che gli uomini erano «quasi tutti comunisti e buoni bevitori», che i giovani erano pochi e che la miseria abitava molte case, non stava semplicemente fotografando un contesto ostile: stava riconoscendo il punto di partenza concreto della missione. Anche le tensioni tra sacerdoti, capaci di costringere i più generosi ad “emigrare” in altre comunità parrocchiali, mostravano quanto il Vangelo dovesse passare attraverso la povertà delle relazioni ecclesiali.
Nelle parrocchie della diocesi di Vicenza oggi il quadro è certamente mutato, ma la fatica pastorale conserva tratti analoghi. Non c’è più l’appartenenza ideologica compatta di allora; al suo posto c’è una diffusa indifferenza, una fede frammentata, spesso ridotta a domanda di servizi religiosi. Gli uomini non sono “comunisti e bevitori”, ma frequentemente assenti; i giovani non contestano, semplicemente abitano altri spazi, digitali e culturali, dove la comunità cristiana fatica a entrare con linguaggi credibili. Eppure, come nel 1939 quando don Didimo muove i suoi primi passi come sacerdote, il problema non è la distanza in sé, ma il modo in cui la Chiesa la assume: con nostalgia di un centro perduto o con lo stile di Abramo che accetta di partire senza garanzie.
La miseria non ha più sempre il volto della fame materiale, ma quello della precarietà lavorativa, della solitudine degli anziani, delle famiglie spezzate, delle nuove povertà educative. Anche oggi il parroco che entra nelle case incontra storie ferite, e scopre che la domanda di senso è spesso nascosta sotto una coltre di disillusione. In questo, l’intuizione di don Didimo resta attuale: la pastorale non nasce dall’organizzazione perfetta, ma da una presenza che condivide la vita reale della gente.
Le gelosie tra sacerdoti, che allora costringevano alcuni a lasciare le parrocchie per altre comunità, assumono oggi forme più sottili: la fatica di lavorare nelle unità pastorali, la gestione degli incarichi, il rischio dell’isolamento del presbitero sovraccarico. La diminuzione del clero obbliga a una fraternità più concreta, che non può essere solo funzionale. Dove manca, anche le comunità percepiscono una Chiesa divisa e si allontanano.






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