Da Torino a Roma:
il sogno dell’Italia
e il dolore di Nizza e della Savoia
di Carlo Silvano
Il 25 marzo 1861, nell’aula della Camera dei deputati di Torino, l’Italia appena nata si trovò davanti a una domanda che andava ben oltre una semplice questione politica: quale sarebbe stata la meta definitiva del Risorgimento? Il Regno d’Italia era stato proclamato da pochi giorni, Vittorio Emanuele II era diventato il primo re d’Italia e Torino era la capitale del nuovo Stato. Eppure, nel cuore dei parlamentari era già presente una consapevolezza: l’unità raggiunta non era ancora considerata completa.
Fu Rodolfo Audinot a portare con forza la questione romana all’attenzione della Camera, sostenendo che Roma dovesse essere la capitale d’Italia. Camillo Benso conte di Cavour (in foto) raccolse quella sfida con una delle sue più celebri dichiarazioni: «Roma, Roma sola deve essere la capitale d’Italia». Ma il grande statista piemontese non parlava soltanto di una conquista territoriale. Indicava un progetto politico destinato, nelle sue intenzioni, a completare il Risorgimento attraverso la diplomazia e il rispetto degli equilibri internazionali.
Quelle parole pronunciate a Torino acquistano oggi un significato particolare. Torino era la capitale dell’Italia appena unificata, ma Cavour guardava già oltre la città sabauda. L’Italia aveva bisogno di una capitale capace di rappresentare non soltanto il nuovo Regno, ma la storia millenaria dellaPenisola. «La questione di Roma è posta sul tappeto», affermò Cavour, riconoscendone la gravità e l’importanza per il futuro della nazione.
Il 26 marzo il dibattito proseguì. Alcuni deputati avrebbero voluto una dichiarazione ancora più netta e immediata; altri sottolineavano le difficoltà internazionali e soprattutto il problema dei rapporti con la Francia e con il Papato. Cavour, tuttavia, si oppose alla chiusura della discussione, ricordando che quella questione era «una delle più gravi che possano occupare un Parlamento».
Il giorno successivo, 27 marzo, la Camera giunse a un passaggio destinato a entrare nella storia: Roma venne indicata come capitale futura d’Italia. Non si trattava ancora dell’annessione della città al Regno, che sarebbe avvenuta soltanto nel 1870, ma dell’affermazione solenne di un indirizzo nazionale. Cavour ribadì anche le condizioni alle quali, secondo la sua politica, l’Italia avrebbe dovuto raggiungere Roma: «Noi dobbiamo andare a Roma, ma a due condizioni, noi dobbiamo andarvi di concerto colla Francia» e senza che l’unificazione comportasse la soppressione dell’indipendenza delPontefice nell’ordine spirituale.
In quelle giornate Torino divenne, dunque, il luogo nel quale l’Italia guardò contemporaneamente al proprio passato e al proprio futuro. E proprio Torino ci ricorda che il Risorgimento non fu una strada senza sacrifici.
Per comprendere pienamente il sentimento che accompagnava quella stagione bisogna, infatti, ricordare anche Nizza e la Savoia. Soltanto un anno prima, con il trattato del 24 marzo 1860, il Regno di Sardegna aveva accettato la cessione alla Francia della Savoia e della contea di Nizza. Cavour avrebbe poi difeso quella scelta in Parlamento con parole che rivelano quanto fosse consapevole del dolore provocato da quella decisione.
«Io ho creduto compiere un dovere doloroso, il più doloroso che abbia compiuto in vita mia», avrebbe detto riferendosi alla cessione. E aggiunse di aver potuto «apprezzare quanto fossero importanti per noi la Savoia e Nizza».
È una pagina che non dovrebbe essere rimossa dalla memoria nazionale. La costruzione dell’Italia comportò anche la perdita di territori profondamente legati alla dinastia sabauda e alla storia piemontese. Cavour stesso riconosceva che Nizza era stata «una gemma che abbelliva d’assai il diadema dei Reali di Savoia» e ricordava il contributo dei Savoiardi all’esercito e le risorse che quelle terre avevano offerto allo Stato.
Per un patriota dell’Ottocento, dunque, l’unità non poteva essere soltanto motivo di esultanza. Accanto alla gioia per la nascita dell’Italia esistevano ferite, rinunce, memorie familiari e sentimenti territoriali difficili da cancellare. Nizza, città natale di Garibaldi, rendeva quella ferita ancora più evidente. Lo stesso Cavour, affrontando Garibaldi in Parlamento, riconobbe la profondità del sacrificio: «Io pure, o signori, riconosco che Nizza è una gemma che abbelliva d’assai il diadema dei Reali di Savoia».
E tuttavia Cavour collegava quella dolorosa rinuncia a una concezione più ampia della costruzione nazionale. Nel suo ragionamento, l’Italia appena nata doveva consolidarsi, ottenere il riconoscimento europeo e proseguire verso il completamento dell’unità. La politica del momento, secondo lui, non poteva essere separata dalle condizioni internazionali.
Qui emerge una delle caratteristiche più interessanti del patriottismo risorgimentale: amare la patria significava anche saper affrontare decisioni dolorose nella convinzione di servire un bene nazionale più grande. Si può discutere ancora oggi se quelle decisioni fossero inevitabili, opportune o giuste; ciò che non si può negare è la loro enorme portata storica.
Il 25 marzo 1861 Cavour guardava a Roma. Il 27 marzo il Parlamento indicava Roma come capitale futura. Ma dietro quelle giornate c’era anche la memoria di Torino, della monarchia sabauda, delle guerre d’indipendenza e di quelle terre che il nuovo Regno aveva perduto appena prima di nascere.
È questa la grande contraddizione, e insieme la grandezza, del Risorgimento: per costruire una Patria politicamente unita, gli uomini che la realizzarono dovettero talvolta confrontarsi con lacerazioni che la parola «unità» non poteva cancellare.
Torino, Nizza, la Savoia e Roma raccontano così quattro momenti di una stessa storia. Torino fu la culla politica del Regno; Nizza e la Savoia furono il sacrificio territoriale consumato alla vigilia dell’unità; Roma divenne la meta proclamata dal primo Parlamento italiano.
E forse proprio per questo il 27 marzo 1861 non dovrebbe essere ricordato soltanto come il giorno in cui il Parlamento indicò Roma come capitale. Dovrebbe essere ricordato come uno dei giorni nei quali gli italiani cominciarono a comprendere che fare una nazione significa molto più che tracciare una frontiera: significa assumersi la responsabilità della propria storia, custodirne le vittorie senza dimenticarne le ferite e guardare al futuro senza rinnegare il sacrificio di chi ha preceduto le generazioni successive.
Cavour morì pochi mesi dopo, nel giugno 1861, senza vedere Roma italiana. Non vide nemmeno compiersi interamente quel progetto al quale aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita. Ma il Parlamento aveva già pronunciato quelle parole destinate a diventare una promessa: «Roma, Roma sola deve essere la capitale d’Italia».
E mentre la bandiera italiana sventolava sulla nuova Italia, da Torino a Roma passava idealmente il filo di una storia ancora incompiuta: una storia fatta di entusiasmo e dolore, di vittorie e rinunce, di uomini che seppero amare la propria Patria anche quando la politica impose loro di compiere scelte che il cuore avrebbe voluto evitare.


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