La questione morale di Enrico Berlinguer:
un’eredità per la nuova politica
di Carlo Silvano
Ho riletto in questi giorni l’intervista che Enrico Berlinguer rilasciò a Eugenio Scalfari nel luglio del 1981 su La Repubblica. Quelle parole, pur pronunciate più di quarant’anni fa, conservano una forza straordinaria e pongono ancora oggi domande cruciali a chiunque voglia fare politica con serietà e senso del dovere. Berlinguer non parlava della corruzione solo come un problema di malcostume o di disonestà personale, ma come di una vera e propria crisi della democrazia. Secondo lui, la corruzione era la conseguenza di un modo degenerato di concepire e gestire il potere pubblico, di una politica che aveva smarrito la sua funzione di servizio.
Ciò che colpisce, rileggendo quelle righe, è l’attualità delle sue osservazioni. I partiti, diceva, si erano trasformati in macchine di potere e di clientela, scollegate dalla vita reale e incapaci di rappresentare realmente i cittadini. Una denuncia netta, che andava al cuore della crisi istituzionale e morale che, in forme diverse, continua ancora oggi. Anche nel tempo presente, infatti, la politica spesso appare priva di ideali e di contenuti, piegata a interessi particolari e a logiche autoreferenziali. E proprio in questo contesto, l’eredità morale di Berlinguer torna ad avere un significato profondo.
Dopo aver letto il libro “Riprendiamoci le chiavi di casa”, di Marco Rizzo (Democrazia sovrana popolare), ho trovato in quelle parole un orientamento che conferma la necessità di una svolta vera. La sovranità popolare, per essere reale, ha bisogno di istituzioni libere dalla corruzione e da ogni forma di clientelismo. Il potere deve tornare nelle mani del popolo, ma questo non sarà possibile finché lo Stato sarà occupato da logiche di partito, da interessi economici forti e da gruppi che agiscono nell’ombra. Per questo motivo, la battaglia per la moralità pubblica non può essere separata da quella per la giustizia sociale.
Dobbiamo, a mio avviso, impregnarci per dar vita a luoghi dove si formano cittadini consapevoli, pronti a servire lo Stato con competenza e onestà. Non bastano le denunce e gli slogan. Occorre costruire un sistema istituzionale che impedisca i privilegi, che favorisca la partecipazione attiva, che promuova la trasparenza in ogni scelta pubblica. Serve una classe dirigente nuova, che non si senta padrona delle istituzioni, ma responsabile davanti al popolo e alla Costituzione.
La lezione di Berlinguer ci dice che la corruzione non è un fatto casuale o inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise. È il frutto di una cultura del potere che mette da parte il bene comune e riduce la politica a gestione di interessi. Solo una visione alta della funzione pubblica, sorretta da una forte coscienza morale, può invertire questa tendenza.
In un tempo in cui molti si sono rassegnati, in cui la sfiducia è diventata la norma e l’astensione il segno più visibile del distacco tra cittadini e istituzioni, riscoprire la questione morale significa tornare a credere che la politica possa essere uno strumento di liberazione. È una battaglia difficile, ma necessaria.
Enrico Berlinguer ci ha indicato una strada. Sta a noi, oggi, avere il coraggio di percorrerla.
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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano
“La figlia del professore” (romanzo). In un appartamento popolare ai margini di una città anonima, avvolto nel silenzio e nel tempo sospeso delle vite spezzate, un uomo si aggira tra i propri fantasmi. Ha quasi sessant'anni, un passato da docente liceale stimato e un'antica fede politica coltivata nei circoli della Sinistra militante. Oggi è un uomo solo, malato, dimenticato. La sua compagna lo ha lasciato anni prima, abbandonandolo assieme alla loro figlia. Le cause legali perse lo hanno trascinato nel baratro economico, privandolo della dignità e della serenità. Vive tra debiti e una malattia cronica che lo piega ogni giorno un po' di più. Ma il dolore più grande è proprio tra quelle mura che un tempo erano casa: sua figlia, poco più che ventenne, si prostituisce per pagarsi la droga, portando clienti nella stessa casa dove lui legge, riflette, sopravvive. Il romanzo si muove tra le ombre dense di questa convivenza muta e tesa, raccontando con lucidità e compassione il lento disfacimento di due vite: quella del padre, che rilegge la propria esistenza alla luce di fallimenti personali, errori politici, ideologie sostenute senza piena coscienza, e quella della figlia, che vive intrappolata in un presente devastato, ma ancora attraversato da sprazzi di umanità. Entrambi abitano uno spazio fisico e interiore segnato dall'abbandono e dalla disillusione. Eppure, tra le pagine, emergono anche frammenti di affetto non detto, ricordi tenaci di un giorno al mare, di uno sguardo paterno, di un'infanzia che poteva essere diversa.



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