sabato 19 luglio 2008

L'emigrazione in Val Mesolcina e Val Calanca tra il XV e XIX secolo


Pubblico una parte dell'intervista allo storico Cesare Santi inserita nel volume "Una memoria per gli emigranti" (v. post precedenti).

Nell'immaginario collettivo degli italiani la Svizzera appare come un Paese che, nel bene e nel male, ha accolto un rilevante numero di emigranti, nostri connazionali, che lì sono riusciti a trovare migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari. In realtà la Svizzera, che possiede un territorio in gran parte montuoso, è stata anche una terra matrigna e ha visto numerosi suoi abitanti partire per altri siti in cerca di fortuna. Il fenomeno dell'emigrazione che ha riguardato la cosiddetta Svizzera italiana, ovvero l'area etnica e linguistica che comprende il Canton Ticino e parte del Cantone dei Grigioni, è stato particolarmente forte tra i secoli XV e XIX. Nell'intervista che segue a Cesare Santi[1] l'attenzione è stata posta solo sui fenomeni migratori che hanno riguardato il Moesano, ovvero l'area del Cantone dei Grigioni che comprende due valli: Mesolcina e Calanca.

Signor Santi, mi può descrivere, in sintesi, il fenomeno dell'emigrazione che ha riguardato le popolazioni del Moesano?
Il fenomeno migratorio che ha interessato le valli della Calanca e della Mesolcina è comune a tutte le vallate dell’arco alpino, dove è documentato già nel Quattrocento, ma esisteva anche prima, così come risulta da alcuni manoscritti del Trecento. La necessità dell’emigrazione era determinata dalla specificità del terreno alpino, che non permetteva né con le coltivazioni, né con l’allevamento del bestiame e nemmeno col provento della caccia e pesca, di mantenere tutta la popolazione. Onde procurarsi per il sostentamento merci non prodotte in loco - come il preziosissimo sale, il riso, parte del vino e del frumento e altro ancora - era necessario avere del denaro contante che poteva essere procurato solo tramite le rimesse degli emigranti…

Lei ha già avuto modo di sostenere che l’emigrazione del Moesano è sempre stata - per quanto documentato negli Archivi - molto forte, e che si può suddividere sia in zone di emigrazione che in mestieri esercitati all’estero, nonché in villaggi di provenienza degli emigranti…
Sì, ed in sintesi, per quanto concerne le zone di emigrazione, possiamo dire che dal 1400 fino alla fine del 1700, il flusso migratorio era diretto in Italia, con particolare riferimento alla città di Roma e all'area del Lombardo-Veneto, nonché verso la Germania meridionale e l'impero austro-ungarico. Si registrano, poi, flussi migratori verso Francia, Belgio e Olanda almeno dal Cinquecento al Novecento, con rami migratori minori che si spinsero anche oltre, fino in Russia e in Portogallo.

E per quanto riguarda i mestieri esercitati dagli emigranti?
Abbiamo avuto costruttori - cioè muratori, architetti, stuccatori, scultori e pittori - specialmente in Germania e nell’impero austro-ungarico, dove i Mesolcinesi introdussero il Barocco, appreso dai modelli romani del Bernini ed altri, poi adattati al gusto teutonico. Altri emigranti hanno lavorato come spazzacamini nell’impero austro-ungarico e in Germania; altri, invece, come vetrai ambulanti in tutta l’Europa; non sono mancati, già dal Seicento e specialmente in Germania e a Roma, i negozianti; dalla fine del Settecento in Francia, particolarmente a Parigi, e in Belgio, molti hanno lavorato come imbianchini. Un fenomeno migratorio particolarmente interessante è quello che ha riguardato i raccoglitori di resina di conifere e i venditori di pece, specialmente nelle foreste del Tirolo e nella Germania meridionale, dalla fine del Quattrocento fino al primo Novecento. L'emigrazione ha coinvolto anche calzolai e fabbricanti di sapone.

La Svizzera, però, è conosciuta anche per i mercenari, soldati di professione, che hanno militato negli eserciti di mezza Europa…
Certo, e ciò ha riguardato anche il Moesano con ufficiali mercenari al servizio delle potenze estere come la Serenissima Repubblica di Venezia, la Francia, la Spagna, l’Olanda, la Prussia e lo Stato Pontificio almeno già dal primo Seicento fino a metà Ottocento. Comunque non si emigrava solo per lavoro: studenti, accademici ed ecclesiastici hanno soggiornato anche per lunghi periodi, a volte stabilendosi in maniera definitiva, in Italia e in Germania.

Prima abbiamo accennato ad una suddivisione fatta anche per villaggi di provenienza…
Sì, e questa suddivisione riguarda soprattutto due categorie: i costruttori e gli spazzacamini. Mentre i primi, nella grande maggioranza, provenivano dalla Bassa Mesolcina, in particolare dai villaggi di Roveredo e San Vittore, gli spazzacamini erano in gran parte originari dall’Alta Mesolcina, dove si trovano villaggi come Soazza e Mesocco. I raccoglitori di resina emigravano solo dalla Calanca. I vetrai e gli imbianchini, invece, provenivano da tutti i villaggi del Moesano; i negozianti in buona parte da Mesocco, Soazza, Lostallo, Grono, Roveredo, San Vittore e Santa Maria/Castaneda di Calanca, e qualcuno anche da altri villaggi. Gli Ufficiali mercenari dalle famiglie di notabili della regione e anche gli studenti; gli accademici e gli ecclesiastici dalle più importanti famiglie della zona.


Erano solo le difficoltà economiche alla base dei vari fenomeni migratori da Lei esaminati?
In preponderanza erano le difficoltà economiche, a cui si aggiungeva il concetto acquisito che bisognava, se possibile, istruirsi al massimo e imparare all’estero professioni al tempo fonte di benessere. E' noto agli storici che la maggior istruzione nei secoli scorsi non c’era nelle regioni di pianura - dove padroneggiavano i latifondisti e il popolo lavorava a mezzadria -, ma esisteva invece nelle discoste regioni delle vallate alpine, dove ognuno, seppur in piccolo, era proprietario di qualche cosa come un prato, un campo, una stalla, oppure una cascina o anche una casa. Nella pianura, invece, il contadino era in pratica un servo al servizio del latifondista. Più si scende verso la pianura, più si riscontrano analfabeti. E il saper leggere e scrivere era ben noto ai nostri emigranti: per loro ciò era un vantaggio rispetto ad altri emigranti nello stesso mestiere provenienti da altre zone, ma illetterati. [...]



[1] Cesare Santi (1939) originario di Soazza in Val Mesolcina, ha lavorato per 40 anni nella dogana svizzera. Dal 1958 si occupa nel tempo libero di ricerca storico-archivistica riguardante in modo principale la sua regione di origine, ossia le due valli di Mesolcina e di Calanca. Dal 1971 ha pubblicato regolarmente su riviste, giornali, almanacchi e anche in libri singoli, oltre 1300 titoli di articoli riguardanti la storia delle dette regioni. Nel 1984 il governo grigione gli ha conferito a Coira il premio di riconoscimento culturale, mentre nel 2004, quale primo Grigione di lingua italiana, ha ricevuto il Premio letterario grigione.
Le fotografie inserite sono state gentilmente offerte dal prof. Luigi Corfu (Archivio a Marca, Mesocco), e mostrano:
1. San Vittore e Roveredo (i villaggi da cui è partita la maggior parte dei magistri tra la seconda metà del '500 e l'inizio del '700).
2. La chiesa di Santa Domenica di Calanca è quella che rappresenta il modo più tipico di costruire dei "mesolcinesi" (Giovanni Broggio di Roveredo eseguì gli stucchi e la scritta che si vedono in fotografia, nella cappella laterale, dedicata a San Pietro, della stessa chiesa nell'anno 1678).
3. Soazza, con Mesocco, è il paese di riferimento della maggioranza dei Rauchfangkehrer, cioè degli spazzacamini-pompieri presenti a Vienna e nell'Impero asburgico.
4. il villaggio di Drenola.

1 commento:

Carlo Silvano ha detto...

IL VOLUME Migranti e memoria.
Una riflessione sulle migrazioni. Meglio, più concretamente, sui migranti: di ieri e di oggi. La propone Carlo Silvano con il volume «Una memoria per gli emigranti» (OGM Editore, 2007, pp. 96, 10,00 euro), che apre la collana «questioni di identità». curata dallo stesso Silvano. La realtà dell’emigrazione è analizzata nel volume in differenti realtà storiche e geografiche, attraverso le interviste del curatore a don Canuto Toso, a mons. Antonio Riboldi, allo storico svizzero Cesare Santi e alla profuga istriana Regina Cimmino, e attraverso gli interventi dell’antropologa elvetica Michela Nussio e del magistrato Domenico Airoma, che esamina alcuni aspetti dell’immigrazione islamica nel nostro Paese. Particolarmente interessanti le due interviste che aprono il volume. Don Toso, dopo aver ricostruito l’associazione Trevisani nel Mondo, riferisce le sue esperienze tra gli emigrati trevisani, riflettendo soprattutto sulla difficoltà, per quelli di seconda e terza generazione, di mantenere un legame con la cultura e dalle tradizioni del proprio Paese d’origine e, con poche eccezioni, anche con la pratica religiosa dei propri avi. Mons. Riboldi racconta la sua esperienza di parroco nel paese siciliano di Santa Ninfa, in particolare le sue visite ai parrocchiani emigrati in Germania, Svizzera, America del Nord e del Sud. Dal racconto di don Riboldi emergono le sofferenze, la povertà, le discriminazioni patite dai suoi parrocchiani emigrati. Ma emergono anche alcuni aspetti che si ripetono oggi nei confronti degli emigrati che arrivano in Italia: il «pizzo» che i siciliani pagavano alla mafia per emigrare, il periodo di isolamento in quelli che oggi si chiamerebbero centri di prima accoglienza; le truffe che spesso gli emigrati subivano da parte proprio di chi li aveva fatti emigrare. Un volume che racconta il passato, ma aiuta a riflettere sul presente. (Angelo Ceron – La Tribuna, 27 dicembre 2007, pag. 24)